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martedì 6 novembre 2012

Le sfumature di Mr. Rochester


Mr Edward Rochester , protagonista maschile di ‘Jane Eyre’ creato dalla fervida immaginazione di Charlotte Brontë, è uno dei personaggi più problematici ed affascinanti fra i vari ‘principi azzurri’ incontrati nella letteratura romantica dell’800. In giovane età e controvoglia viene obbligato dal padre a contrarre un matrimonio combinato con una bella donna di origini Jamaicane, Bertha Mason, portatrice però di tare ereditarie tali che in breve tempo esploderanno nella nota follia distruttiva. Rochester però, da vero gentiluomo, preferisce provare a gestire il problema confinando la poveretta nella soffitta del suo palazzo signorile con una badante, piuttosto che rinchiuderla in un manicomio. Nel frattempo però, distrutto dal dolore, comincia una vita dissoluta e vagabonda che lo porta a varcare le soglie dell’inferno, come lui stesso definirà poi in più tarda età il periodo più nero della sua vita. Si innamora quindi di una giovane francese dai dubbi costumi, che lo usa però per godere del suo patrimonio e che gli lascia anche in affido la piccola creatura di cui rimane incinta ma di cui Rochester non sembra esserne il padre.  Anche se un po’ malamente, si occupa dunque oltre che della moglie pazza anche di Adéle, la bambina divenuta sua protetta. Ancor più disperato e deluso da tutte le circostanze negative che la vita gli ha riservato, si abbandona ai vizi e si corazza dietro un carattere burbero e misantropo che diversi anni più tardi verrà scalfito solo dalla luce che finalmente riuscirà a riportargli la giovanissima istitutrice di Adéle, Jane Eyre. Innamoratosi  profondamente di lei,  dovrà però fare ancora un po’ di strada per redimersi del tutto dalle brutture acquisite negli anni bui, passando attraverso molte bugie, un tentativo sventato all’ultimo di poligamia, ripetuti tentativi di omicidio nei suoi confronti da parte della moglie sì pazza ma anche gelosa e una cecità quasi totale, conseguenza dell’incendio appiccato dalla stessa Bertha, grazie al quale lei uscirà di scena.
Nonostante tutto però Jane Eyre, e anche tutte le lettrici appassionate del romanzo, non sono riuscite a fare a meno di innamorarsi di questo uomo non giovane, non bello, robusto e con gli arti un po’ tozzi, scontroso e, apparentemente con un’unica nota positiva, ovvero un bel patrimonio. Sono infatti la forza e la fragilità, contrapposte ma unite nello stesso affascinante personaggio, che lo rendono irresistibile e che scatenano nell’eroina del romanzo l’attrazione fatale che la riporterà a lui dopo aver cercato invano di sfuggirgli.
Dei tre attori che hanno personificato Mr. Rochester nei due più famosi film intitolati ‘Jane Eyre’(del 1996 il primo e del 2011 il secondo) e in una miniserie della BBC del 2006, vorrei descrivere le diverse caratteristiche che ciascuno di loro ha messo in evidenza, senza mai snaturare il personaggio e, a mio avviso, completandolo in tutta la sua bellezza romantica.

William Hurt, nel film di Franco Zeffirelli del 1992 con la bravissima e fisicamente più rappresentativa Charlotte Gainsbourg nella controparte di Jane Eyre, è il Rochester che meglio rappresenta l’età matura del protagonista, la sua sconsolatezza ed irriducibilità dell’ingiusto passato, attraverso il malinconico sguardo con cui osserva ogni cosa. Bellissima interpretazione, per me la più romantica.

Toby Stephens, nella miniserie della BBC del 2006 è un Rochester molto convincente, passionale, piuttosto aderente al romanzo, un po’ più della Jane Eyre interpretata da Ruth Wilson. Gli unici aspetti che forse si allontanano un po’ dal personaggio originale, ma che contemporaneamente esaltano l’immaginario dell’innamorato perfetto, sono la eccessiva  bellezza del protagonista, tutt’altro che banale, e la scarsa differenza di età che si percepisce fra Edward e Jane.

Infine Michael Fassbender nel  recente ‘Jane Eyre’ del 2011, che dire di lui? Il mio preferito in assoluto, non troppo bello ma il più passionale, carnale, mascalzone e sexy Rochester che si sia mai visto nello schermo.
Fa venire i brividi il richiamo ‘Janeeee..’ nella brughiera solitaria che la protagonista sente come irresistibile richiamo-allucinazione del suo amato, che la porta a ricongiungersi a lui ormai del tutto redento.
In un’intervista di Fassbender, l’attore dice che per interpretare questo richiamo nella mente della sua amata, ha preso spunto da Laurence Oliver che  ha interpretato Heathcliff nel film ‘Cime tempestose’ del 1939.. e non a caso aggiungerei.

Quindi diverse sono le sfumature date alle interpretazioni da questi bravi attori, ma sempre unico resta il magnifico Mr. Edward Rochester.

lunedì 8 ottobre 2012

La professione dell'Istitutrice nell'800


In un precedente post avevo scritto che una delle finalità sociali prime delle donne dell’Ottocento e in particolare di quelle del ceto medio, che per lo più non potevano godere di una rendita significativa e tanto meno del passaggio di proprietà della tenuta che era diritto esclusivo di figli o parenti maschi, era l’istituto del matrimonio, combinato o meno che fosse. Questo infatti, anche se non basato sull’amore, permetteva un dignitoso distacco dalla famiglia di origine a cui sarebbe altrimenti rimasto il fardello di  mantenere una figlia, che non solo si sarebbe dovuta occupare delle cure degli anziani genitori, ma il cui destino alla morte degli stessi non sarebbe stato molto promettente. Charlotte, cara amica di Elizabeth Bennet la protagonista di ‘Orgoglio e Pregiudizio’ di J. Austen, è l’esempio migliore di come una saggia ragazza di quei tempi si sia mossa in base al principio di realtà, non lasciandosi trascinare da sentimentalisti e giudicando un buon partito anche il discutibile Mr. Collins.
L’Ottocento è anche il periodo storico in cui le donne cominciano il difficile processo di riscatto e di conquista di una nuova identità (o a dirla tutta dell’identità) e in particolare quelle del ceto medio cominciano a distinguersi in ruoli professionali culturalmente più elevati che le aiutano ad affrancarsi dalle convenzioni più conservatrici e a rendersi economicamente autonome.
Uno dei mestieri che cominciò a garantire questo processo ad esempio è quello dell’Istitutrice che viene ben descritto in particolare da Charlotte e Anne Brontë, la prima nel suo romanzo più bello e famoso ‘Jane Eyre’ , la seconda nel suo unico e discreto ‘Agnes Grey’.
Mi incuriosiva così provare a tracciare in breve un piccolo ritratto di questo mestiere professionale tutt’altro che banale a mio avviso.
Innanzi tutto la formazione e le conoscenze dell’Istitutrice erano importanti per l’epoca e diffuse in diverse discipline. Essendo gli allievi tipicamente i giovani rampolli di ricche famiglie nobili, quello che ci si aspettava dall’Istitutrice era l’insegnamento della lettura e scrittura, dell’aritmetica, del disegno, della geografia e storia e di una o più lingue straniere (essendo l’ambiente a cui mi riferisco l’Inghilterra, il Francese era la seconda lingua studiata seguita a volta anche dal Tedesco). Questo valeva sia per i bambini che per le bambine. Inoltre quando l’attività educativa era rivolta alle ragazze, l’Istitutrice doveva insegnare anche musica, pianoforte in particolare, cucito, buone maniere, cura della persona e portamento, nonchè gestione domestica soprattutto in termini di amministrazione economica delle spese e di gestione del personale di servizio. Quest’ultimi due in realtà spesso erano gli insegnamenti appannaggio delle nobili madri o zie che in qualche caso però dovevano venire rinforzati in alcuni aspetti anche dalle Istitutrici. Le altre materie come botanica o scienze di altro tipo per i ragazzi erano invece di competenza dei Precettori, almeno finchè i ragazzi non erano mandati nei collegi d’elitè a completare gli studi.
La formazione culturale delle Istitutrici poteva essere o frutto di studi condotti all’interno della famiglia, tipicamente laddove padri o fratelli erano pastori della Chiesa (Agnes Gray nell’omonimo romanzo o le sorelle del reverendo St.John Rivers, Mary e Diana, in ‘Jane Eyre’), o, come nel caso della stessa Jane Eyre, frutto degli studi condotti in collegi femminili anche se simili a veri e propri inferni da dimenticare.
Lo stipendio non era granchè, ma visto che vitto e alloggio erano garantiti, vivendo modestamente, queste ragazze riuscivano a mettere via anche qualche risparmio o a mandarlo alla famiglia se questa era in condizioni poco abbienti.
Il trattamento poi che veniva riservato a queste giovani insegnanti da parte dei padroni era davvero sconcertante. Lo descrive bene Anne Brontë quando narra dei trattamenti ricevuti sia da parte dei giovani allievi, fra dispetti e angherie di vario tipo, sia da parte dei genitori degli stessi che attribuivano sempre e comunque le colpe dei vizi e dell’ignoranza dei figlioli all’incapacità dell’Istitutrice. La cosa poi peggiorava ancor di più a fronte del fatto che essendo quello dell’Istitutrice un ruolo di classe media, la persona che lo ricopriva era considerata un puro accessorio da disprezzare da parte dei nobili ,che comunque non ne potevano fare a meno, ed erano altrettanto mal viste dalla servitù perché considerate delle privilegiate. Come sempre però esistevano anche le eccezioni a quella che sembrava una tendenza di comportamento generale, come invece racconda Jane Austen nel romanzo 'Emma' , in cui descrive come l'amorevole Sig,ina Taylor, Istitutrice della facoltosa e orfana protagonista (Emma appunto), ne sia diventata a tutti gli effetti amica e confidente. 
Chi ama il genere letterario a cui mi riferisco sa bene che quanto scrivo non é solo frutto dell’immaginazione di scrittrici come le sorelle Bronte, ma è la realistica trasposizione delle loro esperienze vissute.
Per concludere, mi piace pensare che nel processo di riscatto di queste giovani professioniste di allora a molte sia andata bene come ad Anna, l’eroina realmente esistita a cui è ispirato il film di ‘Anna and the King’ (1999, regia di Andy Tennant con interprete Jodie Foster), giovane vedova inglese con un figlio, che per mantenersi decide di andare in Siam (la oggi Tahilandia) a fare l’Istitutrice presso la famiglia reale e alla fine si sposa niente popò di meno che il Re in persona.. per amore, s’intende, e quindi ‘Well done, Anna!’

venerdì 14 settembre 2012

Rappresentazione della follia d'amore e d'altro genere




FOLLIA - dal latino ‘follis’ che significa otre, recipiente vuoto, come ad indicare la testa piena d’aria, leggera - è un termine generico che in passato veniva usato per raggruppare forme diverse di disadattamento dalla realtà da parte del malato quali ossessione, depressione, schizofrenia e psicosi di altro tipo. Oggi si usa una terminologia e una classificazione più scientifica delle così dette ‘malattie mentali’ e delle terapie ad esse associabili, frutto non solo dell’intuizione ed applicazione di teorie rivoluzionarie di grandi personaggi quali ad esempio Freud o Jung, ma anche della straordinaria evoluzione dei saperi della medicina che si occupa di questo particolare ambito, la psichiatria.
Negli amati libri scritti e ambientati nell’800 e dintorni da me letti, ho incontrato qualche personaggio che secondo l’antica classificazione possiamo definire ‘folle’ e mi ha colpito il  modo in cui queste ‘persone diverse’ sono state caratterizzate dagli autori/autrici, tanto che ho deciso di rifletterci un po’ su in questo post.
La ‘folle’ o ‘pazza’ per eccellenza che merita di essere citata per prima è senz’ombra di dubbio Bertha Mason, prima moglie di Edward Rochester, aspirante marito poligamo di Jane Eyre, nell’omonimo romanzo di Charlotte Brontë.
Nel romanzo si viene a scoprire che l’origine della follia di Bertha è di tipo genetico o comunque di tipo organico, facendo lei parte di una famiglia creola di origini sudamericane in cui anche nel fratello e forse in qualche altro membro della famiglia era evidente la tara ereditaria. Purtroppo il nostro Rochester viene a scoprirlo quando ormai era stato celebrato il matrimonio e da lì ha inizio la sua – e la di lei - discesa agli inferi.
I sinistri rumori nella soffitta della casa padronale dove è governante Jane Eyre, i fatti che si verificano senza apparente motivazione, quali incendi scoppiati all’improvviso o apparizioni strane, vengono magistralmente introdotti dalla Brontë per caratterizzare il romanzo di un sottofondo gotico/horror, che poi si dissolve di fronte alla tragica realtà della reclusione della malata in soffitta, soluzione presa da Rochester per non abbandonare la moglie all’ancora più tragico destino che avrebbe trovato in un manicomio.
Nella follia di Bertha sembra esserci qualche traccia di lucidità quando ad esempio capisce che il marito si stava per risposare e, pur avendo cercato di uccidere entrambi i nuovi amanti in diverse occasioni,  alla fine, nel gettarsi dal tetto della casa in fiamme, sembra quasi uscire di scena affinché si compia il destino dei due.
Follia non genetica ma determinata da meccanismi ignoti della mente e, aggiungerei, del cuore umani è invece quella che caratterizza, anche se in modo diverso, Catherine e Heathcliff nell’indimenticabile romanzo “Cime tempestose” di Emily Brontë.
Catherine impazzisce a forza di vedere il marito scontrarsi di continuo con il suo vero amore Heathcliff, incapace di gestire la situazione e probabilmente conscia di avere fatto l’errore che la condannerà all’infelicità e poi alla morte, ovvero  non aver scelto Heathcliff. La descrizione della malattia che ne fa Emily Brontë è molto simile ad uno stato depressivo profondo che, non aiutato dalla gravidanza in corso, vedrà l’infelice epilogo con le complicazioni intervenute al momento del parto.
Heathcliff dal canto suo sviluppa una vera e propria ossessione nei confronti dell’amata  che non può avere, che l’ha tradito scegliendo un altro, che comunque sa nel profondo che lo ama come se stessa..celebre la frase di Catherine che dice “..Nelly, io sono Heathcliff- lui è sempre, sempre nella mia mente”.
E questa ossessione, che sfocia in comportamenti vendicativi e violenti verso un po’ tutti i personaggi del romanzo, incluso il cane, si trasforma dopo la morte di Catherine in vera e propria missione autodistruttiva finalizzata al ricongiungimento con l’amata sottoforma di spirito.
La descrizione di come profana la tomba di Catherine per rivederla ancora una volta, o di come spalanca lo sguardo per cercarne il fantasma nella brughiera, o l’invocare a voce alta di perseguitarlo, sono tutti comportamenti di un uomo che è impazzito dal dolore per un amore impossibile.
Un altro personaggio che sfiora la follia ma che poi, dopo esserne stata quasi del tutto avvinta riesce a tornare in sé e a continuare positivamente il suo percorso di vita, è Luisa, la protagonista del bel romanzo di Antonio Fogazzaro “Piccolo mondo antico” pubblicato nel 1895. Luisa, giovane donna di carattere, con idee religiose e politiche anticonvenzionali, sfiora appunto la pazzia quando perde in un tragico incidente la figlia Maria ‘Ombretta’, che annega nel lago di Lugano. A seguito di questo trauma Luisa partecipa a  sedute spiritiche per rievocare lo spirito della figlia, rinnega il già messo in discussione credo cristiano e frequenta spesso il cimitero, isolandosi in un ‘congelamento’ emotivo dal marito e dal resto della società. Si riavrà alla fine grazie alla decisione del marito di partire per una guerra, da cui peraltro non tornerà, e nell’essere costretta a salutarlo, non solo si accorgerà di amarlo ancora ma ne rimarrà anche incinta.
Questa forma di depressione non le sarà dunque fatale anche se la segnerà per sempre.
Concludo poi ricordando uno dei più simpatici personaggi ‘folli’ dei romanzi sentimentali dell’800, ovvero Mrs Forrester, che troviamo nel romanzo di Elizabeth Gaskell ‘Cranford’, una vedova che possiede una mucca di nome Bessie, che ama come una figlia e che porta a spasso e cura meglio di un essere umano! Se non è questa follia ..