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domenica 25 gennaio 2015

Beatrix Potter, Pamela L. Travers e le divinità archetipiche femminili

Le riflessioni riportate nel mio post di oggi hanno origine dalle associazioni mentali che stimoli ed eventi degli ultimi giorni mi hanno suscitato: un film, due personaggi femminili vissuti tra fine Ottocento e Novecento e un convegno sull’ “Assertività nelle differenze di genere” tenuto da una mia collega e cara amica.
Ho perso il conto di quante volte ho visto ormai il film ‘Miss Potter’ (2006) di Chris Noonan con una Renee Zellweger brava, anche se con qualche caduta in smorfie e atteggiamenti già visti in altre situazioni, e un sempre credibile Ewan McGregor. E’ un film che parla della vita di Beatrix Potter, famosa illustratrice e scrittrice inglese vissuta nel tardo periodo vittoriano, famosa per i suoi libri per bambini in cui magici conigli, anatre e animali di campagna popolavano storie immaginarie. Il film è una bella sintesi dell’espressione artistica di una donna benestante che, sebbene libera da bambina di poter esplorare la natura in modo anticonvenzionale e con l’esclusiva compagnia del fratello, è stata poi costretta per le rigide regole e i modelli femminili del tempo a rinunciare agli studi e ad occuparsi della casa per lungo tempo. E’ la storia di una donna dalla fervida immaginazione, che ha colmato con i suoi dolcissimi personaggi l’assenza delle amorevoli cure della madre e della compagnia degli amici che l’infanzia di norma richiederebbe. E’ infine la storia di una donna che è riuscita nel tempo a riscattarsi, diventando autonoma grazie alle cospicue entrate derivate dalla vendita delle sue opere e che, sebbene la storia con il suo editore non sia finita bene, ha perseguito l’amore quello vero, quello che la società e la sua famiglia non riteneva adatto e all’altezza della sua posizione.

E mentre finivo di godermi questo film, per associazione mi è venuta in mente Pamela L. Travers, l’autrice di Mary Poppins, artista complessa anglo-australiana di inizio Novecento magnificamente interpretata da Emma Thompson in ‘Saving Mr Banks’ (2013) di J. Lee Hancock. L’associazione deriva dal fatto che anche in questo caso il genio artistico si è manifestato per un’esigenza personale, uno stato di disagio o malessere tanto più evidente per Pamela che per Beatrix, dal momento che si è venuto a sapere che poco meno che adolescente, scrisse questa storia per consolare se stessa e i suoi fratellini dalla triste evidenza dello stato depressivo della madre e dal dramma dell’alcolismo di un padre fallito a cui era profondamente attaccata. Associazione dovuta anche al fatto che, sebbene in modo diverso dalla Potter, Pamela ha saputo riscattarsi da un’infanzia difficile, trasferendosi in Inghilterra, lavorando per mantenersi e prendendo decisioni che la società non riteneva proprie delle donne, quale quella di adottare un figlio da single.
E in ultimo ieri sera, mentre partecipavo ad un ciclo di incontri sul tema dell’assertività e, nello specifico, all'esposizione di ciò che distingue il genere femminile e maschile e di come in realtà entrambi siano presenti in ognuno di noi determinando in modo diverso il nostro stile comunicativo, ecco l’ultima associazione. Mentre la relatrice parlava di come gli archetipi, che, come Jung insegna, sono i modelli di comportamento istintuale che popolano l’inconscio collettivo, siano i responsabili dei diversi comportamenti che distinguono le donne fra di loro, e di come diverse dee agiscano in noi e cerchino di emergere ed affermarsi, ho cercato di focalizzare quali divinità archetipiche abbiano prevalso in Beatrix e Pamela. Nello specifico mi sono fatta l’idea che due dee in particolare in entrambe le scrittrici abbiamo lottato per predominare e determinare le loro personalità e i loro comportamenti, non senza generare conflitto interiore e momenti di confusione: Artemide e Persefone. La prima infatti, è la dea esploratrice e determinata, che basta a se stessa e rappresenta l’archetipo della libertà di espressione ma anche di stile di vita, molto orientata a raggiungere il suo obiettivo a discapito della sfera emotiva, dell’amare e prendersi cura degli altri.
La dea Persefone invece, che rappresenta la dualità della ‘Kore’, o dea fanciulla dipendente, e della signora degli Inferi, dea matura e guida delle anime perse, rappresenta l’archetipo della donna fragile, dipendente e bisognosa della protezione altrui che però, se riesce ad esplorare gli strati più profondi del proprio sé, giunge poi ad essere donna consapevole e recettiva ai cambiamenti.

Ecco spiegato dunque cosa ho trovato in comune fra Beatrix Potter, Pamela D. Travers e l’espressione delle divinità archetipiche attraverso le associazioni mentali..

sabato 15 marzo 2014

Mads Mikkelsen, il fascino grave di un uomo del nord

L'attore Mads Mikkelsen per me è stato davvero una rivelazione: non è molto che lo seguo e solo recentemente l'ho associato e riconosciuto nel personaggio dal fascino duro e silenzioso di Tristano in 'King Arthur' del 2004 di A. Fuqua, che molto mi aveva colpita.
Nato a Copenaghen nel 1965 e con un passato di 10 anni da ballerino, decide poi di studiare recitazione e 'King Arthur' appunto, interpretato fra gli altri da Clive Owen e Keira Knightley, è uno dei primi film hollywoodiani in cui ha cominciato a farsi notare. Mikkelsen ha un bel fisico, tratti del viso molto marcati e piccoli occhi penetranti: non lo si può definire bello in senso classico, ma quanto a magnetismo e sensualità direi che è molto ben dotato. Oggi è particolarmente noto per l'interpretazione del più famoso cannibale, Hannibal, nella serie TV 'Lecter', che sta avendo un discreto successo di audit, e per la sua interpretazione in 'The Hunt (Il sospetto) candidato agli Oscar 2014 come miglior film straniero, assieme all'italico e vincitore, nonché (a mio personalissimo parere) lento e sonnacchioso 'La Grande Bellezza'. Ma è in particolare rispetto a due film che ho visto che vorrei dedicare qualche pensiero alle qualità di questo talentuoso attore danese: 'Coco Chanel e Igor Stravinsky' di Kounen del 2009 e 'Royal Affair' di N. Arcel del 2012.
Inutile dire che, per periodo storico e genere, questi sono i film da lui interpretati che amo di più. In 'Coco Chanel e Igor Stravinsky' Mikkelsen interpreta il musicista e compositore russo che, straordinariamente in anticipo con i tempi, viene dapprima respinto dal pubblico e solo molto più tardi riconosciuto come genio artistico del XX secolo, soprattutto per aver reinventato il genere del balletto. La trama del film ruota attorno alla presunta storia d'amore fra la famosa stilista francese e il compositore russo, ma sulla quale non vi sono prove certe. Di sicuro quello che colpisce in questo film, buono ma non eccezionale secondo me, è la capacità che hanno i due
protagonisti di rappresentare come la passione e l'amore dei due noti artisti abbiano avuto contemporaneamente il potere di alimentarne genio e creatività e di incenerire altresì la pur debole possibilità che la loro relazione potesse avere una durata superiore a poco più di qualche mese. Mikkelsen, nell'interpretazione di Stravinsky, riesce come non mai a far trasparire, dietro la corazza inaccessibile e introspettiva del poco attraente volto dell'artista, tutto il tumulto dei suoi sentimenti e delle sue lotte interiori. In 'Royal affair', film in costume che narra le poco note vicende della corte danese ai tempi di Re Cristiano VII, Mikkelsen interpreta Struensee, il medico di corte che non solo riuscirà ad introdurre a palazzo le innovative idee illuministiche di cui era fervente sostenitore, influenzando le decisioni del re e mettendolo contro i membri del Gabinetto che lo consideravano un malato di mente, ma diventerà anche l'amante della regina Carolina, sensibile come lui alle novità rivoluzionarie del tempo e dalla quale avrà anche una figlia.
L'epilogo non è felice per i due amanti, ma quello che emerge da questo bel film è non solo un affresco delle lotte e delle conquiste culturali e sociali avvenute in Danimarca a fine '700, ma anche la delicata rappresentazione della genuinità del sentimento di due anime affini e moderne che hanno contribuito in modo determinante a cambiare il percorso della storia di un paese. Mikkelsen nell'interpretazione di Struensee è appassionato e vigoroso nella sua fisicità imponente e fascinosa...se davvero somigliava al medico tedesco come non comprendere la Regina che se ne innamorò perdutamente? Concludo dicendo che per quanto il volto di questo attore si presti molto bene ad interpretare personaggi inquietanti e cattivi, come ad esempio quello di Le Chiffre in Casino Royale, rimane pur sempre straordinario come eroe tormentato e vissuto con i tratti gravi di un uomo del nord.

domenica 20 ottobre 2013

Judi Dench, quando il talento sospende il tempo


La prima volta che sono rimasta colpita da questa straordinaria attrice inglese è stata quando impersonava una terribilis Lady Catherine De Bourgh in ‘Orgoglio e Pregiudizio’ di Joe Wright del 2005.
La scena notturna in particolare, quando la Lady si reca in visita a casa di Elizabeth per intimarle di mettere fine alle presunte voci che vedevano quest’ultima coinvolta in una liason con suo nipote Fitzwilliam Darcy - perché lui era già predestinato come marito di sua figlia da quando erano entrambi nella culla – mostra davvero la bravura di quella che può essere considerata una stella del cinema eclettica e senza tempo. In barba infatti a chi si gonfia di botulino o acidi di vario tipo, questa splendida signora di 79 anni mostra tutti i segni del tempo con orgoglio e grande fascino, e in qualche modo mi ricorda la nostra Virna Lisi per classe, bravura  e inossidabilità. Inutile dire che in tutti i film dove poi l’ho incontrata di nuovo o su cui ho fatto mente locale di averla già vista, è stato un piacere osservarne le caratteristiche, la capacità di interpretazione, l’abilità di passare da un personaggio umanissimo e fragile come quello di Matilda Jenkyns nella serie TV della BBC del 2007 ‘Cranford’, a uno duro e spietato come quello di M, in ben 3 capitoli di James Bond. Si dice di lei infatti che in ‘Skyfall’ del 2012 ha letteralmente tolto la scena ad un attore di pregio come Daniel Craigh. Non ho visto film in cui recitava da giovane ma di sicuro ne ho visti molti di quelli in costume che amo particolarmente. In ‘Camera con vista’ del 1985, tratto dal romanzo di Forster, era una benestante signora inglese in vacanza in Italia, testimone dei tormenti amorosi della giovane protagonista Lucy; le faceva compagnia una singolare e bravissima Maggie Smith (la prof Mac Grannit di Harry Potter ). In ‘Mrs Brown’ di John Madden del 1997, Judi Dench interpreta in modo molto convincente la Regina Vittoria quando, ritiratasi dopo la morte del marito nella residenza  reale di campagna, rifiuta ogni
contatto con l’esterno e lascia al primo ministro la cura degli affari politici del paese. Solo la vicinanza del determinato e devoto John Brown, per cui in gioventù Vittoria aveva provato una forte passione, riporta la Regina all’interesse per il mondo e per il suo ruolo, fino alla decisione di tornare a Londra. Brown in questo film viene presentato come un secondo marito per la Regina e così come la maturità e il peso dell’esperienza traspare dall’interpretazione dei personaggi, non viene meno anche la delicatezza del sentimento dei due protagonisti che si affidano l’uno all’altra legati da una sorta di eterna promessa. Per questa interpretazione Judi Dench ha vinto un Golden Globe e per quella di soli 8 minuti nei panni della Regina Elisabetta in ‘Shakespeare in love’ del 1998 dello stesso regista ha vinto l’Oscar. Nel 2011 l’ho ritrovata con grande piacere in ‘Jane Eyre’ di Fukunaga, dove, vestendo i panni della vecchia e un po’ svampita governante di Rochester, Mrs. Fairfax, accoglie con fare materno e sincero la giovane Jane Eyre che si innamorerà perdutamente del padrone di casa determinando poi con il suo comportamento fiero e libero un drastico cambiamento nelle vicende di Thornefield Hall. La Dench


per me risulta intensa e convincente fino in fondo anche in questo ruolo, come in molti altri che non vado qui a citare. Faccio un’eccezione però per il  film ‘Marilyn’ del 2011 con una bravissima e molto somigliante Michelle Williams nei panni della mitica attrice degli anni ’50 e con Kenneth Branagh nei panni di un insofferente e stagionato Laurence Olivier. Qui la Dench interpreta Sybil Thorndike, un’attrice co-protagoinista dei due attori di cui sopra che durante le riprese de ‘Il principe e la ballerina’ è l’unica che, dall’alto della sua esperienza, vede, comprende e accetta per quelle che sono le debolezze e fragilità della Monroe  e che senza giudicarla la sostiene e la consiglia su come affrontare con il suo inconsueto talento le riprese del film partite con i peggiori auspici. Alla soglia degli 80 anni questa splendida donna, nata per recitare con maestria soprattutto i ruoli drammatici, e che nel tempo si è fatta apprezzare a

sempre più alti livelli, è diventata un volto che garantisce la riuscita anche di quelli che sembrano (o sono) film con medio potenziale, come ad esempio quello girato con la sua amica di lunga data Maggie Smith intitolato ‘Ladies in Lavender’  di Charles Dance del 2004, un film senza tempo, da vedere. Concludo affermando che la Dench è un’attrice britannica di prima scelta capace di illuminare e dominare lo schermo con espressioni intense ed uniche come solo l’esperienza e il talento possono fare.


mercoledì 24 luglio 2013

James Mc Avoy, gli occhi come finestra delle emozioni



A me l’attore James McAvoy piace davvero molto. Non è stato un amore a prima vista, ma dopo averlo osservato con sempre maggiore interesse nei diversi film in cui lo ritrovavo di volta in volta, ho maturato la consapevolezza che Mc Avoy è un attore molto talentuoso a cui probabilmente non viene prestata la giusta attenzione.


Scozzese di Glasgow, 34enne, non bellissimo ma carino abbastanza per piacere alle donne più o meno giovani, senza dubbio il suo punto forte sono gli occhi grandi, azzurri e profondi, inconfutabile mezzo attraverso cui riesce ad esprimere al massimo l’intensità del sentimento positivo o negativo del personaggio che sta interpretando. Ci sono attori che hanno la stessa espressione sempre e comunque indipendentemente che recitino una commedia o un film horror (un nome per tutti Sylvester Stallone!), Mac Avoy no.

In ‘Le cronache di Narnia: il leone, la strega e l’armadio’ del 2005, primo film in cui ho notato l’attore gallese, l’unico commento che mi è venuto in mente è che il fauno Tumnus era davvero bruttino ma recitava come un attore di teatro.

‘Becoming Jane’ del 2007 è il film da cui è partita invece la mia particolare attenzione su Mc Avoy, perché in questo film in costume che mi era piaciuto molto, il protagonista maschile da lui interpretato mi aveva suscitato una certa antipatia iniziale. Poi, da Janiete che sono, avendo rivisto il film ripetutamente mi sono resa conto che l’antipatia in realtà era per Tom Lefroy, l’innamorato perduto di Jane Austen che, non si sa se nella realtà ma sicuramente si nella forzatura della trasposizione cinematografica, le fa definitivamente rinunciare all’idea del matrimonio. Mc Avoy lo interpreta benissimo: frivolo, spaccone e dissoluto all’inizio del film, quando si innamora della giovane Jane muta progressivamente atteggiamento fino a diventare tragicamente impotente ed inerme di fronte alla causa maggiore (lo zio) che ne dirotta
irrimediabilmente il destino. Questa trasformazione si nota nell’interpretazione di Mc Avoy e fa davvero convincere il pubblico che Lefroy alla fine era rimasto irrinunciabilmente innamorato dell’intelligente e sensibile Jane.

Anche nel più recente ‘X-men: l’inizio’, del 2011, vedere un ringiovanito, deambulante e con folto capello Xavier, in prima battuta mi ha fatto uno strano effetto. Troppo giovane, troppo basso, troppo carino, insomma solo a fine film, tenendo sempre presente il punto d’arrivo del più maturo capo banda di uno dei fumetti da me preferito da sempre, ho convenuto che l’interpretazione non era niente male, anche se non una delle migliori.

In ‘The Last Station’ del 2009, bellissimo film sugli ultimi anni della straordinaria quanto singolare vita di Lev Tolstoij, Mc Avoy interpreta il giovane Valentin Fedorovich Bulgakov,
segretario personale di Tolstoij che narra in prima persona il profondo tormento interiore che consumerà il grande scrittore russo dovuto al contrasto fra i suoi ideali filosofico-spirituali e gli interessi materialistici di cui si fa principale portavoce l’amata moglie Sophia. Qui l’attore scozzese è perfettamente in grado di non farsi mettere in secondo piano dai due bravissimi protagonisti, Helen Mirren e Christopher Plummer, riuscendo ad esprimere al meglio a mio avviso tutta l’energia, l’entusiasmo e l’ingenuità del giovane segretario di fronte al pensiero superiore del maturo Tolstoij.

In ogni caso l’interpretazione migliore dell’attore unanimamente riconosciuta è quella di Robbie Turner in ‘Espiazione’ di J. Wright del 2007 accanto ad una bravissima Keira Knightley. Da spensierato e innamorato all’inizio del film, Mc Avoy trasforma magistralmente i sentimenti di Robbie in un progressivo di intensità drammatica fino al culmine delle allucinazione prima della morte, a causa dell’infausto destino che avvolgerà lui e Cecilia-Keira decretato dalla falsa testimonianza della visionaria sorellina di quest’ultima. Intenso, drammatico, bravissimo.

Faccio infine un mea culpa per non aver ancora visto ‘L’ultimo re di Scozia’ del 2006 in cui Mc Avoy è co-protagonista con Forest Whitaker (strepitoso ne ’La moglie del soldato’) nei panni di Nicholas Garrigan, personaggio di fantasia che vive in prima persona le drammatiche vicissitudini dell’ascesa al potere del dittatore ugandese
Idi Amin Dada. Con questa interpretazione e le successive su citate James Mc Avoy conquista 2 premi BAFTA e una nomination al Golden Globe Award.

Altre le apparizioni in film minori ma sempre con quella fisicità non imponente ma atletica, non invadente ma presente e con quegli occhi che recitano mutando espressione e sentimento senza necessità di aggiungere troppe parole.






martedì 15 gennaio 2013

Le Ladies di Jane Austen


Il 2013 si apre, per gli appassionati del genere, con l’avvio delle celebrazioni del Bicentenario di quello che viene definito il capolavoro di Jane Austen, il bellissimo romanzo ‘Orgoglio e Pregiudizio’. Facendo parte di questo nutrito gruppo di appassionati, sto partecipando a delle belle iniziative nel web sul tema e, oltre a rileggere il romanzo per l’ennesima volta (scrivo ‘ennesima’ perché davvero ho dimenticato il numero di volte), mi sono procurata e sto leggendo anche il ‘Diario di Mr Darcy’ di A. Grange, perché da poco mi sono incuriosita degli spin-off . Il coronamento del tutto sarebbe anche un bel viaggetto in quel dell’Hampshire, ma questo ahimè dovrò rimandarlo ancora per un po’…                                                                                                                
Leggendo dunque ‘Orgoglio e Pregiudizio’ trovo davvero interessante e singolare, ma anche in linea con il pensiero della scrittrice verso tutto ciò che era la nobiltà di allora, la descrizione della Lady per eccellenza dei romanzi di Jane Austen, Lady Catherine De Bourgh. Così, partendo da una riflessione su quest’ultima, mi è venuta l’idea di metterla a confronto con le altre celebri Ladies della medesima autrice, fra cui Lady Russel di ‘Persuasione’, Lady Bertram di ‘Mansfield Park’ e, sebbene di tutt’altra età anagrafica e anche ‘stile’, la protagonista del romanzo giovanile ‘Lady Susan’.
Lady Catherine De Bourgh è l’ingombrante zia di Mr. Darcy, antagonista fino alla fine della nostra eroina Elizabeth che, appartenendo ad un rango non ritenuto all’altezza di tanto degno partito ma avendo attirato nonostante ciò troppo l’attenzione del nipote, metteva in serio pericolo la pianificazione delle successioni patrimoniali delle blasonate famiglie Darcy-De Bourgh. La Austen la descrive come non giovane, alta e robusta, dai lineamenti marcati rivelatori però di una passata bellezza; austera ed autoritaria quanto basta per esprimere tutta la sua superiorità di rango verso coloro che appartenevano a ceti non nobili. Piuttosto arrogante e chiacchierona la Lady in questione tende a monopolizzare i suoi interlocutori mettendoli spesso di fronte ai loro limiti o inadeguatezze, come fa ad esempio con Lizzie Bennet riguardo le sue doti musicali mal coltivate, ma con una naturalezza tale come se fosse suo compito redarguirli e correggerne le cattive inclinazioni. Lady De Bourgh non è adusa ad essere contraddetta tanto più rispetto ai suoi piani successori da lei prestabiliti e sempre secondo lei  immutabili, che vedevano il povero Darcy unito in un triste matrimonio con l’insignificante e malaticcia cugina Anne. Come già più sopra detto quindi, Lady Catherine De Bourgh gareggia per il primato della Lady ‘cattiva’ per eccellenza. Bellissima l’interpretazione dell’attrice Judi Dench nel film di Joe Wright del 2005.
Lady Russel è la cara amica della madre scomparsa di Anne Elliot, la protagonista di ‘Persuasione’ alla quale si deve il titolo del romanzo. E’ lei infatti la nobildonna che promette alla madre morente di Anne di prendersi cura della figlia prediletta e lo fa persuadendo l’ingenua diciannovenne a rompere il fidanzamento con un giovane e non ancora Capitano Frederick Wentworth, di modeste origini ma destinato in seguito a fare fortuna grazie alla carriera di ufficiale della Marina Inglese. L’influenza di Lady Russel appare in tutto il romanzo come esercitata a buon fine, nell’esclusivo interesse di Anne, che per certi versi viene considerata la diretta responsabile della facile malleabilità di cui si fa oggetto, anche a scapito di quello che si rivelerà il vero amore della sua vita. Lady Russel non risulta una donna arrogante e fredda, ma anzi forse è l’unica che dimostra un sincero affetto per la bistrattata Anne, quindi è difficile allocarla del tutto fra le Ladies ‘cattive’. Sicuramente l’adesione totale ad una visione stereotipata ed ottusa propria della upperclass del tempo a cui appartiene, la porta però ad agire con sprezzo e distacco verso coloro che vengono ritenuti di classe inferiore e quindi Lady Russel non si affranca del tutto da essere considerato personaggio negativo. Molto materna e dolce l’interpretazione dell’attrice Alice Krige nella miniserie BBC di ‘Persuasion’ del 2007.
Lady Bertram, la mamma di Edmund, protagonista maschile di ‘Mansfield Park’  mi è di una simpatia infinita perché, pur essendo per certi versi la Lady più insulsa che si incontra nei romanzi austeniani, è anche quella che mi fa ridere di più. Viene infatti rappresentata come una sonnolente signora, che risponde fuori tempo massimo alle domande poste dal marito o dai figli e il più delle volte con parole messele in bocca da questi stessi. Si addormenta qua e là senza accorgersi di cosa i figli ormai grandicelli le combinano sotto gli occhi e non si separa mai dai suoi adorati cagnolini. In un lavoro che ho letto, che cercava di descrivere i caratteri dei personaggi di ‘Mansfiled Park’ qualcuno si era posto seriamente la domanda se Lady Bertram non fosse uno zombie!! E’ lei però che al termine del romanzo in qualche modo e per prima benedice l’unione di Fanny con il suo figliolo, perché in Fanny ripone tutte le speranze di avere un sicuro ed affettuoso bastone per la vecchiaia, perdute invece nei confronti delle due figliole di costumi più frivoli ed audaci. Per riassumere quindi, nella mia personalissima classifica, Lady Bertram è la Lady meno negativa fra quelle qui citate. Riuscita l'interpretazione dell'attriceJemma Redgrave nel film TV del 2007.
Infine a Lady Susan, a cui la Austen ha dedicato un promettente romanzo giovanile in forma epistolare, si può assegnare il palmarès dell’intrigo, della sensualità e dell’assenza totale di qualsiasi forma di affetto materno che mai sia stato rappresentato nei romanzi di zia Jane. Ancora giovane, probabilmente sui 35 anni, vedova non troppo infelice, molto bella e sensuale, calcolatrice nei confronti sia di uomini già sposati e quindi in teoria maturi, sia di giovani ereditieri di belle speranze, viene descritta come una affascinante affabulatrice a caccia di dote per se stessa e per l’ingenua e mal sopportata figliola, Frederica, che confina ora da parenti ora in collegio, pur di non averla in mezzo durante i suoi intrighi. Sembra quasi farcela a sposare il giovane promettente cugino, ma alla fine la Austen la fa soccombere alle sue cattiverie e perversità destinando a lei il partito che originariamente voleva affibiare alla figlia, Mr Martin, e coronando nel sentimento invece l’unione fra la figliola e il cugino ambito dalla stessa Lady Susan.
Quanto a cattiveria e negatività Lady Susan batte tutte le sue colleghe perché, se anche gareggia quasi a pari merito con Lady De Bourgh, a quest’ultima potrebbe essere lasciato il beneficio dell’anzianità da una parte e, dall’altro, del rango effettivo che possiede che la porta ‘naturalmente’ a comportarsi come colei che ‘non può chiedere nulla di più alla vita’.