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mercoledì 23 luglio 2014

Nicholas Nickleby: un Dickens appena appena più speranzoso..

Come già scritto in altri post, Charles Dickens ha per me un effetto calamita a due poli: ora mi attrae ora mi respinge; lo amo e lo odio e la parte di amore che riservo a questo illustre autore dell'800 vittoriano mi fa sempre capitolare quando incappo in un titolo di un libro o di un racconto così come davanti ad un film che rappresenta le sue opere.
L'odio invece sta nel fare una fatica immensa a digerire la puntuale descrizione miserrima di tutti i bambini che si incontrano nei suoi racconti, poveri o ricchi che essi siano: meno male che ci sono molti altri autori e autrici dello stesso periodo che sì hanno evidenziato povertà e maltrattamenti di diversi di loro, ma hanno anche controbilanciato narrando infanzie felici e ricche di affetti sebbene modeste o a volte brevi. Così l'altro giorno, in quei rari casi in cui ho avuto la possibilità di gestire il telecomando per più di un'ora in perfetta solitudine, ho trovato su Sky un film del 2002 diretto da Douglas McGrath dal titolo 'Nicholas Nickleby' tratto dal romanzo dello scrittore inglese che lo realizzò subito dopo il più noto e tristissimo 'Oliver Twist'. Un ancora poco conosciuto e molto carino Charlie Hummer e la più famosa e bellissima Anne Hathaway fra i protagonisti, accompagnati da un eccezionale e cattivissimo Christopher Plummer nei panni dello sciagurato e perfido zio Nickleby, sono solo alcuni dei noti e bravi attori presenti nel cast. Il Nicholas dall'infanzia felice, che a soli 19 anni si ritrova orfano di padre e capofamiglia senza possibilità economiche per sostenere madre e sorella, si rivolgerà all'unico parente ricco e senza scrupoli rimastogli per chiedere sostegno.

Dopo varie vicissitudini, che vedono il giovane prima assistente di un orribile e truffaldino direttore di un collegio per bambini dove i maltrattamenti nei loro confronti erano all'ordine del giorno, e dopo attore talentuoso di un'improbabile compagnia teatrale di strada, Nicholas tornerà nella fumosa Londra da cui era stato allontanato, e grazie alla sua onestà, alla rettitudine e al suo vigore, riuscirà a riscattare sé stesso e la sua famiglia, nonché a trovare quell'amore vero e unico a cui consegnerà la sua vita e di cui il padre gli aveva raccontato fin da piccolo. Straordinari certi personaggi, come il maggiordomo del terribile zio complice del giovane Nicholas, nonché la compagnia teatrale tutta e i due fratelli Cheeryble.
Un film da vedere se riuscite a superare la parte del collegio e del povero Jamie Bell (ex Billy Elliot) nei panni dello storpio Smike.. o se riuscite a digerire quella parte di 'criticismo sociale' di Dickens che io invece chiamo stereotipizzazione..



mercoledì 25 giugno 2014

Un mese di assenza, non senza letture: 'Ethan Frome' di Edith Wharton

E' più di un mese che non scrivo un post..è stato un mese intenso, di quelli dove devi dare delle priorità, fare delle scelte, perchè in periodi come questo le giornate sembrano ore e le ore sembrano minuti... tutto vola più veloce ed inesorabile che mai. Ma nel dare delle priorità non significa che non ho mai pensato al mio angolino privato, al mio blog dove scrivo di ciò che mi piace, provando a condividere i miei pensieri con persone speciali.
Così non ho scritto,ahimè, ma sono riuscita a leggere, anche se in quel modo un pò astruso che posso permettermi in questi momenti...sono infatti andata alla ricerca di un romanzo in linea con i miei gusti ottocenteschi ma che fosse breve. Il primo che mi aveva colpito nel titolo (come sapete i miei criteri di scelta sono piuttosto discutibili...) è stato 'Storia di un'ora' di Kate Chopin (1851-1904) scrittrice americana protagonista del movimento femminista di fine XIX secolo più nota al pubblico per il romanzo 'Il Risveglio'. Nel racconto breve 'Storia di un'ora' (davvero breve, chi lo desiderasse leggere lo può trovare qui), l'autrice riesce in modo davvero singolare a trasmettere le caleidoscopiche emozioni della protagonista che, all'annuncio della morte in guerra del caro marito, reagisce apparentemente secondo le convenzioni. Straordinariamente significativo nella sua brevità. Non era comunque questa la brevità che cercavo, insomma in fondo qualche oretta posso concedermela qua e là..ne va della mia salute mentale altrimenti!
Così era un po' che studiavo da lontano un'altra autrice americana di fine Ottocento, Edith Wharton (1862-1937), nota al grande pubblico per il romanzo 'L'età dell'innocenza' o forse molto di più per la bellissima trasposizione cinematografica di Martin Scorsese del 1993 con Winona Rayder, Daniel Day-Lewis e Michelle Pfeiffer. Ma non è questo il suo romanzo che ho scelto di leggere bensì 'Ethan Frome', e che rivelazione! Ethan Frome è un romanzo al maschile, struggente, inesorabile: racconta di un uomo giovane, vigoroso ma povero che si riduce in una completa e totale miseria fisica e materiale a causa della passione per la sua giovane amata. E' la storia di una speranza d'amore, del sogno di vivere una vita con quei colori e quella luce che solo un vero sentimento ricambiato può garantire. E' un'estasi assaggiata appena che si disintegra in pochi attimi e che lascia solo le tracce e i fardelli dell'abisso in cui può ritrovarsi chi ha osato sperare.
Una scrittrice donna che descrive le emozioni di uomo: così realistiche, così intense da commuovere, così maschili. Nonostante la Wharton sia stata molto infastidita dal fatto che 'Ethan Frome' sia stato considerato uno dei suoi più bei romanzi, chi lo legge non può rimanere indifferente all'intensità emotiva di un uomo che per amore sarà dannato per sempre. Purtroppo la trasposizione cinematografica del romanzo, opera prima di John Madden del 1992, per quanto fedelissima, non è riuscita a trasmettere bene la profondità del dramma che sembra prendere vita dal libro. Nonostante il protagonista, un giovane e bravissimo Liam Neeson, sia perfetto fisicamente e i paesaggi innevati siano suggestivi, è la conclusione frettolosa e superficiale che non convince. Consiglio comunque di vedere il film subito dopo aver letto il romanzo, perchè questa storia vi accompagnerà a lungo e la compassione per questo bellissimo personaggio vi lascerà l'eco nel profondo.




sabato 15 marzo 2014

Mads Mikkelsen, il fascino grave di un uomo del nord

L'attore Mads Mikkelsen per me è stato davvero una rivelazione: non è molto che lo seguo e solo recentemente l'ho associato e riconosciuto nel personaggio dal fascino duro e silenzioso di Tristano in 'King Arthur' del 2004 di A. Fuqua, che molto mi aveva colpita.
Nato a Copenaghen nel 1965 e con un passato di 10 anni da ballerino, decide poi di studiare recitazione e 'King Arthur' appunto, interpretato fra gli altri da Clive Owen e Keira Knightley, è uno dei primi film hollywoodiani in cui ha cominciato a farsi notare. Mikkelsen ha un bel fisico, tratti del viso molto marcati e piccoli occhi penetranti: non lo si può definire bello in senso classico, ma quanto a magnetismo e sensualità direi che è molto ben dotato. Oggi è particolarmente noto per l'interpretazione del più famoso cannibale, Hannibal, nella serie TV 'Lecter', che sta avendo un discreto successo di audit, e per la sua interpretazione in 'The Hunt (Il sospetto) candidato agli Oscar 2014 come miglior film straniero, assieme all'italico e vincitore, nonché (a mio personalissimo parere) lento e sonnacchioso 'La Grande Bellezza'. Ma è in particolare rispetto a due film che ho visto che vorrei dedicare qualche pensiero alle qualità di questo talentuoso attore danese: 'Coco Chanel e Igor Stravinsky' di Kounen del 2009 e 'Royal Affair' di N. Arcel del 2012.
Inutile dire che, per periodo storico e genere, questi sono i film da lui interpretati che amo di più. In 'Coco Chanel e Igor Stravinsky' Mikkelsen interpreta il musicista e compositore russo che, straordinariamente in anticipo con i tempi, viene dapprima respinto dal pubblico e solo molto più tardi riconosciuto come genio artistico del XX secolo, soprattutto per aver reinventato il genere del balletto. La trama del film ruota attorno alla presunta storia d'amore fra la famosa stilista francese e il compositore russo, ma sulla quale non vi sono prove certe. Di sicuro quello che colpisce in questo film, buono ma non eccezionale secondo me, è la capacità che hanno i due
protagonisti di rappresentare come la passione e l'amore dei due noti artisti abbiano avuto contemporaneamente il potere di alimentarne genio e creatività e di incenerire altresì la pur debole possibilità che la loro relazione potesse avere una durata superiore a poco più di qualche mese. Mikkelsen, nell'interpretazione di Stravinsky, riesce come non mai a far trasparire, dietro la corazza inaccessibile e introspettiva del poco attraente volto dell'artista, tutto il tumulto dei suoi sentimenti e delle sue lotte interiori. In 'Royal affair', film in costume che narra le poco note vicende della corte danese ai tempi di Re Cristiano VII, Mikkelsen interpreta Struensee, il medico di corte che non solo riuscirà ad introdurre a palazzo le innovative idee illuministiche di cui era fervente sostenitore, influenzando le decisioni del re e mettendolo contro i membri del Gabinetto che lo consideravano un malato di mente, ma diventerà anche l'amante della regina Carolina, sensibile come lui alle novità rivoluzionarie del tempo e dalla quale avrà anche una figlia.
L'epilogo non è felice per i due amanti, ma quello che emerge da questo bel film è non solo un affresco delle lotte e delle conquiste culturali e sociali avvenute in Danimarca a fine '700, ma anche la delicata rappresentazione della genuinità del sentimento di due anime affini e moderne che hanno contribuito in modo determinante a cambiare il percorso della storia di un paese. Mikkelsen nell'interpretazione di Struensee è appassionato e vigoroso nella sua fisicità imponente e fascinosa...se davvero somigliava al medico tedesco come non comprendere la Regina che se ne innamorò perdutamente? Concludo dicendo che per quanto il volto di questo attore si presti molto bene ad interpretare personaggi inquietanti e cattivi, come ad esempio quello di Le Chiffre in Casino Royale, rimane pur sempre straordinario come eroe tormentato e vissuto con i tratti gravi di un uomo del nord.

domenica 20 ottobre 2013

Judi Dench, quando il talento sospende il tempo


La prima volta che sono rimasta colpita da questa straordinaria attrice inglese è stata quando impersonava una terribilis Lady Catherine De Bourgh in ‘Orgoglio e Pregiudizio’ di Joe Wright del 2005.
La scena notturna in particolare, quando la Lady si reca in visita a casa di Elizabeth per intimarle di mettere fine alle presunte voci che vedevano quest’ultima coinvolta in una liason con suo nipote Fitzwilliam Darcy - perché lui era già predestinato come marito di sua figlia da quando erano entrambi nella culla – mostra davvero la bravura di quella che può essere considerata una stella del cinema eclettica e senza tempo. In barba infatti a chi si gonfia di botulino o acidi di vario tipo, questa splendida signora di 79 anni mostra tutti i segni del tempo con orgoglio e grande fascino, e in qualche modo mi ricorda la nostra Virna Lisi per classe, bravura  e inossidabilità. Inutile dire che in tutti i film dove poi l’ho incontrata di nuovo o su cui ho fatto mente locale di averla già vista, è stato un piacere osservarne le caratteristiche, la capacità di interpretazione, l’abilità di passare da un personaggio umanissimo e fragile come quello di Matilda Jenkyns nella serie TV della BBC del 2007 ‘Cranford’, a uno duro e spietato come quello di M, in ben 3 capitoli di James Bond. Si dice di lei infatti che in ‘Skyfall’ del 2012 ha letteralmente tolto la scena ad un attore di pregio come Daniel Craigh. Non ho visto film in cui recitava da giovane ma di sicuro ne ho visti molti di quelli in costume che amo particolarmente. In ‘Camera con vista’ del 1985, tratto dal romanzo di Forster, era una benestante signora inglese in vacanza in Italia, testimone dei tormenti amorosi della giovane protagonista Lucy; le faceva compagnia una singolare e bravissima Maggie Smith (la prof Mac Grannit di Harry Potter ). In ‘Mrs Brown’ di John Madden del 1997, Judi Dench interpreta in modo molto convincente la Regina Vittoria quando, ritiratasi dopo la morte del marito nella residenza  reale di campagna, rifiuta ogni
contatto con l’esterno e lascia al primo ministro la cura degli affari politici del paese. Solo la vicinanza del determinato e devoto John Brown, per cui in gioventù Vittoria aveva provato una forte passione, riporta la Regina all’interesse per il mondo e per il suo ruolo, fino alla decisione di tornare a Londra. Brown in questo film viene presentato come un secondo marito per la Regina e così come la maturità e il peso dell’esperienza traspare dall’interpretazione dei personaggi, non viene meno anche la delicatezza del sentimento dei due protagonisti che si affidano l’uno all’altra legati da una sorta di eterna promessa. Per questa interpretazione Judi Dench ha vinto un Golden Globe e per quella di soli 8 minuti nei panni della Regina Elisabetta in ‘Shakespeare in love’ del 1998 dello stesso regista ha vinto l’Oscar. Nel 2011 l’ho ritrovata con grande piacere in ‘Jane Eyre’ di Fukunaga, dove, vestendo i panni della vecchia e un po’ svampita governante di Rochester, Mrs. Fairfax, accoglie con fare materno e sincero la giovane Jane Eyre che si innamorerà perdutamente del padrone di casa determinando poi con il suo comportamento fiero e libero un drastico cambiamento nelle vicende di Thornefield Hall. La Dench


per me risulta intensa e convincente fino in fondo anche in questo ruolo, come in molti altri che non vado qui a citare. Faccio un’eccezione però per il  film ‘Marilyn’ del 2011 con una bravissima e molto somigliante Michelle Williams nei panni della mitica attrice degli anni ’50 e con Kenneth Branagh nei panni di un insofferente e stagionato Laurence Olivier. Qui la Dench interpreta Sybil Thorndike, un’attrice co-protagoinista dei due attori di cui sopra che durante le riprese de ‘Il principe e la ballerina’ è l’unica che, dall’alto della sua esperienza, vede, comprende e accetta per quelle che sono le debolezze e fragilità della Monroe  e che senza giudicarla la sostiene e la consiglia su come affrontare con il suo inconsueto talento le riprese del film partite con i peggiori auspici. Alla soglia degli 80 anni questa splendida donna, nata per recitare con maestria soprattutto i ruoli drammatici, e che nel tempo si è fatta apprezzare a

sempre più alti livelli, è diventata un volto che garantisce la riuscita anche di quelli che sembrano (o sono) film con medio potenziale, come ad esempio quello girato con la sua amica di lunga data Maggie Smith intitolato ‘Ladies in Lavender’  di Charles Dance del 2004, un film senza tempo, da vedere. Concludo affermando che la Dench è un’attrice britannica di prima scelta capace di illuminare e dominare lo schermo con espressioni intense ed uniche come solo l’esperienza e il talento possono fare.


mercoledì 25 settembre 2013

Magia, aspetto esteriore e amore vero

Grazie al  suggerimento di una a me molto cara blogger, ho avuto la possibilità di scoprire il film interpretato da Christina Ricci e James Mc Avoy intitolato ‘Penelope’ del 2006. Come già scritto in un precedente post , Mc Avoy è un attore che mi piace molto e che, anche in questo caso, ha pienamente confermato le mie aspettative. Ma è sul film che vado a fare qualche considerazione.
In breve, quella che è stata la prima impresa alla regia di Mick Palansky narra di una ragazza di stirpe nobile, Penelope, che, a causa di una maledizione lanciata contro il suo bis bis bis nonno da una strega, è destinata, come prima figlia femmina in ordine di discendenza a nascere con naso e orecchie da maiale e per lo più non operabili. I genitori prima nascondono la figlia alla società simulandone la morte e poi la fanno crescere reclusa in un carcere di lusso fino all’età del matrimonio. Sembra infatti che solo sposando un uomo di sangue blu la maledizione venga interrotta e che la ragazza torni ad assumere tratti umani.  Così,  raggiunta l’età adulta, la madre incarica un’agenzia matrimoniale ad ingaggiare pretendenti nobili che appena vedono dal vivo l’aspetto della ragazza fuggono inorriditi. Uno dei pretendenti, sfuggito all’obbligo del segreto sull’identità della strana creatura, assieme a un giornalista che ha un conto in sospeso con la madre di Penelope organizza un piano per far sapere a tutti cosa si cela dietro quella apparente normalità. I due pagano un certo Max Campion, nobile squattrinato con il vizio del gioco, affinchè incontri e
fotografi Penelope, senza sapere che in realtà il ragazzo nobile non è. Il piano va a monte del tutto quando poi lo stesso Max, guardando oltre l’aspetto fisico di Penelope, finisce per innamorarsi della ragazza e non accetta né di fotografarla né di sposarla per liberarla da quella maledizione su cui lui in realtà non avrebbe potuto fare nulla . Le cose precipitano e Penelope fugge da casa conquistandosi quella libertà che le permetterà di farsi degli amici e di accorgersi che la sua diversità in fondo non fa così paura agli altri. Decide di sposarsi senza amore ma solo per interrompere la maledizione. Sul punto di dire di si però fugge dall’altare perché, al di là dell’aspetto su cui gli altri avevano dedicato fino ad allora molti sforzi, Penelope si era resa conto che ciò che contava in assoluto era come era lei dentro, e questa consapevolezza era l’unica cosa che l’avrebbe resa libera davvero. Nell’affermare ‘io mi piaccio così’ la maledizione svanisce e come nelle migliori favole tutto si risolve al meglio, compreso il coronamento dell’amore con Max, il solo che era riuscito a ‘vederla’ veramente.

Pur non essendo straordinario, questo film ha il merito di avere un cast notevole: oltre ai su citati attori, sono presenti nel film Reese Witherspoon e Peter Dinklage attore tanto bravo quanto davvero singolare per la sua versatilità. 
Ma più di tutto, questo film secondo me ha il merito di trattare il tema della diversità con la delicatezza propria delle favole, con la giusta dose di humor  di stampo molto inglese e dentro quella cornice romantica senza tempo che riesce a sfumare i vizi, le brutture e la cattiveria di chi vuole ostacolare il vero amore.

mercoledì 24 luglio 2013

James Mc Avoy, gli occhi come finestra delle emozioni



A me l’attore James McAvoy piace davvero molto. Non è stato un amore a prima vista, ma dopo averlo osservato con sempre maggiore interesse nei diversi film in cui lo ritrovavo di volta in volta, ho maturato la consapevolezza che Mc Avoy è un attore molto talentuoso a cui probabilmente non viene prestata la giusta attenzione.


Scozzese di Glasgow, 34enne, non bellissimo ma carino abbastanza per piacere alle donne più o meno giovani, senza dubbio il suo punto forte sono gli occhi grandi, azzurri e profondi, inconfutabile mezzo attraverso cui riesce ad esprimere al massimo l’intensità del sentimento positivo o negativo del personaggio che sta interpretando. Ci sono attori che hanno la stessa espressione sempre e comunque indipendentemente che recitino una commedia o un film horror (un nome per tutti Sylvester Stallone!), Mac Avoy no.

In ‘Le cronache di Narnia: il leone, la strega e l’armadio’ del 2005, primo film in cui ho notato l’attore gallese, l’unico commento che mi è venuto in mente è che il fauno Tumnus era davvero bruttino ma recitava come un attore di teatro.

‘Becoming Jane’ del 2007 è il film da cui è partita invece la mia particolare attenzione su Mc Avoy, perché in questo film in costume che mi era piaciuto molto, il protagonista maschile da lui interpretato mi aveva suscitato una certa antipatia iniziale. Poi, da Janiete che sono, avendo rivisto il film ripetutamente mi sono resa conto che l’antipatia in realtà era per Tom Lefroy, l’innamorato perduto di Jane Austen che, non si sa se nella realtà ma sicuramente si nella forzatura della trasposizione cinematografica, le fa definitivamente rinunciare all’idea del matrimonio. Mc Avoy lo interpreta benissimo: frivolo, spaccone e dissoluto all’inizio del film, quando si innamora della giovane Jane muta progressivamente atteggiamento fino a diventare tragicamente impotente ed inerme di fronte alla causa maggiore (lo zio) che ne dirotta
irrimediabilmente il destino. Questa trasformazione si nota nell’interpretazione di Mc Avoy e fa davvero convincere il pubblico che Lefroy alla fine era rimasto irrinunciabilmente innamorato dell’intelligente e sensibile Jane.

Anche nel più recente ‘X-men: l’inizio’, del 2011, vedere un ringiovanito, deambulante e con folto capello Xavier, in prima battuta mi ha fatto uno strano effetto. Troppo giovane, troppo basso, troppo carino, insomma solo a fine film, tenendo sempre presente il punto d’arrivo del più maturo capo banda di uno dei fumetti da me preferito da sempre, ho convenuto che l’interpretazione non era niente male, anche se non una delle migliori.

In ‘The Last Station’ del 2009, bellissimo film sugli ultimi anni della straordinaria quanto singolare vita di Lev Tolstoij, Mc Avoy interpreta il giovane Valentin Fedorovich Bulgakov,
segretario personale di Tolstoij che narra in prima persona il profondo tormento interiore che consumerà il grande scrittore russo dovuto al contrasto fra i suoi ideali filosofico-spirituali e gli interessi materialistici di cui si fa principale portavoce l’amata moglie Sophia. Qui l’attore scozzese è perfettamente in grado di non farsi mettere in secondo piano dai due bravissimi protagonisti, Helen Mirren e Christopher Plummer, riuscendo ad esprimere al meglio a mio avviso tutta l’energia, l’entusiasmo e l’ingenuità del giovane segretario di fronte al pensiero superiore del maturo Tolstoij.

In ogni caso l’interpretazione migliore dell’attore unanimamente riconosciuta è quella di Robbie Turner in ‘Espiazione’ di J. Wright del 2007 accanto ad una bravissima Keira Knightley. Da spensierato e innamorato all’inizio del film, Mc Avoy trasforma magistralmente i sentimenti di Robbie in un progressivo di intensità drammatica fino al culmine delle allucinazione prima della morte, a causa dell’infausto destino che avvolgerà lui e Cecilia-Keira decretato dalla falsa testimonianza della visionaria sorellina di quest’ultima. Intenso, drammatico, bravissimo.

Faccio infine un mea culpa per non aver ancora visto ‘L’ultimo re di Scozia’ del 2006 in cui Mc Avoy è co-protagonista con Forest Whitaker (strepitoso ne ’La moglie del soldato’) nei panni di Nicholas Garrigan, personaggio di fantasia che vive in prima persona le drammatiche vicissitudini dell’ascesa al potere del dittatore ugandese
Idi Amin Dada. Con questa interpretazione e le successive su citate James Mc Avoy conquista 2 premi BAFTA e una nomination al Golden Globe Award.

Altre le apparizioni in film minori ma sempre con quella fisicità non imponente ma atletica, non invadente ma presente e con quegli occhi che recitano mutando espressione e sentimento senza necessità di aggiungere troppe parole.






domenica 2 giugno 2013

La Bella e la Bestia di ieri e di oggi



La Bella e la Bestia è una famosa favola di metà ‘700 di origini europee, forse francesi, che fu pubblicata per la prima volta ad opera di Madame Gabrielle Suzanne Barbot de Villeneuve. Sembra che esistano diverse versioni della favola originale ma la più nota  è quella che narra di un ricco mercante che aveva 3 figlie, di cui le due più grandi superficiali, altezzose e legate solo ai beni materiali come ori e gioielli, la terza Bella di nome e di fatto, ragazza semplice dolce e dai sentimenti veri.
Tutte le sorelle erano corteggiate da ammiratori attratti anche dal ricco patrimonio che  avrebbe accompagnato le future spose, ma mentre le prime due rifiutavano malamente tutti i pretendenti, Bella faceva altrettanto ma sempre usando estrema dolcezza e cortesia. Un giorno il mercante perse tutte le sue fortune e nella speranza di ritrovarne una parte nell’unico vascello ritornato in porto dopo la tremenda tempesta che aveva disperso il resto dei suoi averi, partì per recuperare ciò che era rimasto e chiese alle figlie che regalo volessero al suo ritorno. Le due figli maggiori chiesero che gli venissero portati dei gioielli, mentre la più piccola chiese una rosa di quelle che non crescevano in loco. Il mercante, partito fiducioso, fu costretto però ad utilizzare i pochi beni ritrovati per pagare i debiti e, disperato per il triste futuro che avrebbe atteso le sue figlie, fece ritorno a casa. Attraversando un fitto bosco, si imbattè in un castello che non aveva mai visto e vi entrò scoprendo che le stanze, ben arredate, pulite e scaldate sembravano accoglierlo benevolmente, ma non vi era traccia di padroni né servitù. Ristorato dalle fatiche, vide che in una zona del castello c’era un bellissimo giardino dove crescevano delle bellissime e rare rose e volendo mantenere la promessa alla figlia prediletta ne colse una. Si manifestò allora il padrone del maniero, un essere umano ma dalle sembianze di bestia mostruosa, che adirato per l’oltraggio subito minacciò di morte il mercante. Il mercante spiegò cosa stava facendo e la Bestia allora gli propose in cambio della sua vita di consegnargli la figlia, che avrebbe vissuto con lui come prigioniera ma con tutti gli agi e le ricchezze a disposizione. Il mercante fece ritorno a casa e costretto dalle figlie raccontò quanto gli era accaduto. Bella capì che la causa di tutto era stata proprio la sua richiesta e decise quindi di andare di sua volontà dalla Bestia. Trascorse del tempo in compagnia dello strano padrone che la trattava gentilmente e la chiedeva in sposa, ma lei rifiutava sempre con gentilezza di modi.  Ma un giorno Bella venne a sapere che il padre si era gravemente ammalato e chiese alla Bestia di poter far ritorno a casa per accudirlo. La Bestia si oppose per un po’ ma vedendo che Bella era sempre più triste e sconsolata alla fine le concesse di visitare il padre a patto che dopo una settimana facesse ritorno da lui, altrimenti sarebbe morto dallo strazio causato dalla sua assenza. Bella promise e arrivata a casa fu convinta dalle sorelle, invidiose di vederla ben vestita e in salute, a fermarsi oltre il tempo concesso dalla Bestia.
Dopo un po’ di tempo Bella si pentì di aver infranto la promessa e fece ritorno al castello dove trovò la Bestia agonizzante a causa sua. Alla fine Bella si rese conto del grande amore che legava reciprocamente lei e la Bestia e decise di accettare la sua proposta di matrimonio.  La Bestia si trasformò in un bellissimo principe che spiegò a Bella di come era stato costretto in quei mostruosi panni da un sortilegio malefico di una strega e il tutto si concluse nei migliori dei modi per i due giovani sposi e il padre che nel frattempo era andato a vivere con loro. Solo le sorelle furono trasformate in statue ed obbligate  ad osservare inermi la felicità di chi avevano tanto invidiato. 
La metafora dell’andar oltre alle apparenze, come l’ammonimento a non essere superficiali e legati solo ai beni materiali o invidiosi di quanto possiedono gli altri, è lo scopo di questa bella favola, di cui negli anni sono state fatte diverse trasposizioni cinematografiche e televisive.
La più nota trasposizione è quella del film cartoon della Disney del 1991, molto fedele alla fiaba originale e strepitosa per i disegni dei costumi e delle scene più importanti come ad esempio quella del ballo di Bella con la Bestia. Il film Disney ha vinto 2 Oscar, per la miglior colonna sonora e canzone e 3 Golden Globes ed è inoltre uno degli ultimi capolavori disegnati ancora con la tecnica a mano e non esclusivamente digitale.

Negli anni ’80 e precisamente nel 1987 aveva ottenuto un buon successo di pubblico la trasposizione moderna della fiaba nella serie TV ‘Beauty and the Beast’ con Linda Hamilton nei panni dell’avvocatessa Catherine-Bella e Ron Perlman nei panni del deforme Vincent. La serie era ambientata a New York in tempi moderni e parlava della Bestia-Vincent  che viveva nascosto nella struttura fognaria della città. Salvata Bella da morte sicura dopo un’aggressione, superato lo shock iniziale di lei alla vista di lui, i due si conoscono, innamorano e comunicando telepaticamente aiutano anche la polizia a risolvere dei casi. La storia d’amore in questa serie ha un triste finale: Catherine infatti viene uccisa dal killer che ne rapisce anche il figlio avuto da Vincent, ma questi riuscirà a salvarlo e a portarlo nei sotterranei al sicuro. Ricordo che questa serie, molto anni ottanta sia per le spalline che abbondavano nei costumi di scena che per l’improbabile e voluminosa permanente con cui era acconciata la testa leonina della Bestia, mi era piaciuta davvero molto, soprattutto per l’intensità del sentimento che i due protagonisti sapevano trasmettere!

Del 2011 invece è il poco riuscito teen-movie ‘Beastly’ con Mary Kate Olsen, Vanessa Hudgens e Alex Pettyfer che traspone la bella fiaba ai giorni d’oggi e in mezzo a problematiche di bullismo e classismo del periodo scolastico. La Olsen-strega dark di nome Kendra, stanca degli scherzi e insulti subiti, lancia infatti un sortilegio al più ricco, viziato e belloccio della High School (Pettyfer), trasformandolo in un mostro calvo e sfregiato (da un super tatuaggio-cicatrice ramificato in volto), specchio della sua bruttezza interiore. Gli concede quindi 1 anno esatto per far innamorare di sé una ragazza che deve riuscire ad andare oltre il suo aspetto esteriore, pena il rimanere così sfigurato per sempre. Kyle-Pettyfer ci riuscirà all’ultimo con Lindy, una compagna di classe bella ma di estrazione sociale povera a cui non aveva mai prestato attenzione. Un po’ fantasy, molto teen ma poco convincente, eccezion fatta per la simpatica figura del docente di Kyle-Bestia scelto appositamente cieco dal ricco padre, che saprà comprendere il giovane molto più del genitore freddo e disinteressato.
Dal 29 Maggio invece hanno messo in onda su RAI 2 la nuova serie TV americana ‘Beauty and the Beast’, ultima trasposizione moderna della fiaba con protagonisti una giovane ragazza, Catherine (Kristin Kreur), che ha visto uccidere la madre sotto i suoi occhi da un killer ma che è stata salvata in tempo da uno strano tipo, che poi scoprirà essere, qualche tempo dopo divenuta detective, Vincent (Jay Ryan), il muscoloso ex medico militare reduce dell’Afghanistan, dato per morto dal 2002. Il ragazzo è l’unico superstite di esperimenti genetici fatti dagli americani per creare il supersoldato, poi finiti male quando i ragazzi/bestie dotati di superpoteri cominciano a sfuggire al controllo e a diventare pericolosi. L’esercito così decide di sterminarli tutti ma uno si nasconde e salva. Fra la detective e il reduce che vive nascosto dalla società si crea un rapporto di fiducia reciproca che poi sfocerà in vero sentimento. Ho visto la prima puntata e poi ho sbirciato su internet per saperne di più, ma la sensazione di fragilità della sceneggiatura e qualche forzatura nei dialoghi mi è sembrata confermata dalle critiche trovate in rete che non decretano che Beauty and the Beast sia la serie dell’anno. 

Ad ogni modo, che le trasposizioni siano o meno riuscite, La Bella e la Bestia è una bella storia d’amore, che si presta ad un’apparentemente facile morale ma che a mio avviso soprattutto oggi giorno continua a trasmettere concetti che andrebbe bene riscoprire fra i giovani (ma non solo), primo fra tutti quello che la vera bellezza non è quella fisica o estetica che dir si voglia, ma quella che ognuno di noi riesce a vedere nell’altro andando oltre la prima apparenza.

martedì 2 aprile 2013

Keyra Knightley, si ama o si odia?


Molti dicono che il sentimento che genera l’attrice Keira Knightley, inglese ventottenne,  solitamente non ha vie di mezzo, o la si ama o la si odia; in altre parole o piace o no il suo modo di recitare, di proporsi e di atteggiarsi. Di sicuro è difficile non riconoscerla, vista la notorietà che ha riscosso nel bene e nel male, e di solito, se nei titoli di un film esce il suo nome, l’attenzione,  e l’attesa  ancor di più,  sono piuttosto alti.
La prima volta che l’ho notata è stato nel film ‘Pirati dei Carabi-La maledizione della prima luna’, dove un camaleontico Johnny Deep la faceva da padrona e un Orlando Bloom, che ancora non aveva del tutto svestito i panni del Tolkiniano Legolas, si faceva ancora notare (ma dove sarà finito ora?). Ricordo bene il pensiero fatto, perché mi è sembrata molto bella, giovane e sportiva al punto giusto, vivace ed espressiva..Insomma, in quel caso, la giusta eroina del film più riuscito (o forse l’unico) a mio parere della trilogia. Così da lì in avanti l’ho incontrata più volte soprattutto in diversi film in costume di cui sono appassionata. Tralascio infatti i lavori fatti precedentemente a questo film, perché per cose come ad esempio ‘Sognando Beckham’ ho davvero poche parole da spendere in tutti i sensi…
Non ho ancora detto se mi piace o meno perché in effetti mi trovo ad oscillare fra ‘l’amore e l’odio’ pur riconoscendone un certo talento e un generale understatement nella vita privata, che apprezzo molto.
I film dove l’ho trovata molto convincente, brava e ben calata nella parte sono i seguenti in ordine più o meno cronologico:

- ‘King Arthur’, di A. Fuqua del 2004, dove interpreta una Ginevra selvaggia, mascolina e guerriera che ben affianca un Artù-Clive Owen finalmente protagonista e non messo in secondo piano dal solito Lancillotto, qui interpretato da Ioan Gruffudd;
- ‘Orgoglio e pregiudizio’ di J. Wright del 2005 dove interpreta una perfetta Elisabeth Bennet che, secondo me, se Jane Austen avesse potuto vedere interpretare, avrebbe certamente riconosciuto come la Lizzie ‘così come me l’ero immaginata’ . Non è bellissima perché se di bellezza in termini classici vogliamo parlare, il paragone con l’attrice Rosamund Pike, che interpreta sua sorella Jane nel film, non regge di certo. Ma lo sguardo, la vivacità e quel po’ di sfrontatezza calibrata in modo giusto, le garantisce davvero il merito della candidatura all’Oscar che poi però non ha ottenuto.
- salto ‘I pirati dei Carabi - I, II e III’ perché già citati sopra ma dei quali ho apprezzato solo il primo, sia come film che come interpretazione della Knightley;
- ‘Espiazione’ di J. Wright del 2007 dove interpreta la sorella maggiore della protagonista (Saoirse Ronan) che vedrà distrutta la propria storia d’amore con un davvero bravo James McAvoy, proprio a causa della gelosia ed eccessiva fantasia adolescenziale della sorellina. Qui mi è piaciuta perché le parti dell’altezzosa ed antipaticuccia le riescono molto bene;
- ‘La Duchessa’ di Saul Dibb del 2008, dove interpreta Georgiana Spencer, antenata di Lady D, costretta ad un matrimonio tanto combinato quanto drammatico con lo stagionato Duca di Cavendish, interpretato da un glaciale Ralph Fiennes che, nonostante conviva con moglie e amante, costringe Georgiana a scegliere fra il di lei amante o i figli. Due scene secondo me davvero da ricordare: quella dove si ubriaca a un ricevimento per affogare il dolore delle sue vicende personali e si incendia inavvertitamente la parrucca; e quella dove è costretta a lasciare la figlia illegittima, appena partorita, alla famiglia del suo amante per rivederla solo di rado e di nascosto.

- ‘Non lasciarmi’ di Mark Romanek del 2010, dove interpreta Ruth la terza incomoda nel triangolo amoroso di tre giovani costretti in un college-incubatore di cloni di esseri umani destinati a diventare ‘donatori’ di organi su necessità. Sarà che anche qui fa molto bene l’antipatica che alla fine si ravvede, sarà che la trama di questo film è abbastanza agghiacciante, ma anche se non è protagonista la Knightley mi è piaciuta molto;
- ‘Last Night’ di M. Tadjedin del 2010 dove interpreta la parte femminile di una coppia che in una sola notte riesce a tradirsi vicendevolmente, con la differenza che la moglie (Keira) lo fa più di testa che di fatto con un suo ex, e il marito (Sam Worthington) lo fa –ovviamente!- fisicamente con una collega e poi sparisce.. Il film non ha ricevuto una buona critica a differenza dei su citati, ma a me è piaciuta molto soprattutto la chimica che traspariva fra la Knightley e Guillaume Canet ..d’altronde anche comprensibile con uno così!
I film invece dove Keira Knightley non mi è piaciuta affatto o non mi ha convinta del tutto sono i seguenti:
- so che ha partecipato anche a ‘The Hole’ del 2001, che non ho visto perché non è il mio genere, e non saprei quindi
dire se è stata brava ad interpretarlo, ma lo segnalo comunque qui..;
- continuo a non citare ‘Sognando Beckham’ del 2002 di G. Chadha anche se in questo modo l’ho già fatto due volte e non positivamente!
- ‘Love actually’ di Curtis del 2003 l’ho visto e ricordo che era a episodi intrecciati e che l’unico attore che mi è rimasto impresso è Hugh Grant e poi non ricordo altro. Per cui sicuramente non mi è piaciuta come interprete perché altrimenti qualcosina mi sarebbe rimasto impresso della sua parte, o no?
- ‘Seta’ di F. Girard del 2007: capisco che la trasposizione in film di un libro non è mai fedele né semplice, ma tanto è surreale, misterioso e sensuale il libro di Baricco, quanto insipido mi è sembrato questo film che avrebbe avuto un certo potenziale visti gli attori (la Knightley appunto e Michael Pitt), ma mi permetto di dire che anche loro sono stati più insipidi che mai;
- ‘London Boulevard’ del 2010 di K. Monahan, dove interpreta una sfuggente attrice bisognosa della protezione di un super macho Colin Farrel; non metto il pollice verso del tutto sull’interpretazione della Knightley ma secondo me mancava qualcosa per renderla un po’ più emozionante;
- ‘A dangerous Method’ di niente meno che Cronemberg del 2011, dove Keira interpreta Sabina Spielrein la paziente schizofrenica di Jung/Fassbender,  poi divenutane anche amante in un classico contro-transfer, il quale sperimenta su di lei la terapia psicoanalitica teorizzata e applicata da Freud/Viggo Mortensen. Non solo Keira mi ha fatto impressione per l’interpretazione, e non certo in senso positivo, ma non sono neanche riuscita a vedere tutto questo noiosissimo e mal combinato film (naturalmente è il mio personalissimo parere). Se Keira ha un difetto fisico evidente è quello della mascella sporgente o prominente o importante che dir si voglia, e diciamo che in questo film l’ha davvero messa tutta in evidenza in modo raccapricciante!
- ‘Anna Karenina’ di J. Wright del 2012, controvoglia lo colloco qui, ma non per il film in sé che mi è piaciuto moltissimo, ma per l’interpretazione di una Karenina da parte della Knightley che non mi ha convinta del tutto, come ho scritto in un mio post precedente a questo film dedicato.

Altri film interpretati dalla Knightley non li ho visti e quindi non li cito .
In conclusione il bilancio è di 7 interpretazioni ok contro 7 ko (6 in realtà, visto che the Hole l’ho aggiunto per il genere e basta), sufficiente per confermare ancora una volta che non so decidere se amare o odiare la comunque talentuosa attrice Keira Knightley.

martedì 27 novembre 2012

Théresè Raquin, antitesi del romanzo d’amore


Fra gli scrittori francesi dell’Ottocento Gustave Flaubert è quello che prediligo, più per il romanzo ‘L’ Educazione Sentimentale’, pregno di diversi riferimenti autobiografici, che per ‘Madame Bovary’, considerato il suo capolavoro. Naturalmente il gusto è strettamente personale. Grazie poi ad una copia di un libro che mi è stato passato/regalato di recente, mi sono imbattuta in Emile Zola, noto per memorie scolastiche per la sua famosa opera ‘Nana’, ma che mai avevo affrontato in ‘Thérèse Raquin’, il romanzo di cui volevo qui commentare la singolarità. Per un’appassionata di romanzi romantici dell’Ottocento, a lieto o tragico fine, ma in ogni caso narrazioni di storie d’amore, di passione profonda e totalizzante che tale sentimento può generare, leggere ‘Thérèse Raquin’ lascia un po’ perplessi. Le premesse lasciano ben sperare, si narra di un triangolo amoroso, una lei giovane, inesperta e un po’ insoddisfatta, un lui parente prossimo, coniuge predestinato, insulso e malaticcio, il terzo, l’altro, belloccio, vigoroso e mediocre pittore perditempo. C’è anche il colpo di scena, l’omicidio premeditato per poter superare le insormontabili difficoltà del coronamento della passione/amore e anche il tragico finale, che porta i due amanti a soccombere al rimorso di coscienza per l’efferatezza dell’atto commesso. Così pare o meglio così poteva essere se volutamente invece l’autore non avesse inteso stendere una rappresentazione scientifica, quasi fisiologica delle reazioni di diverse persone coinvolte in una relazione interpersonale. Si parla infatti non di sentimento ma di impulso, di attrazione carnale e quasi animalesca fra gli amanti: lei, Thérèse, che scopre per la prima volta cosa vuol dire essere attratta da un uomo, lui, Laurent, che brama la donna altrui, la sensualità esotica (lei è di origini metà francesi metà nordafricane). I personaggi vengono descritti attraverso i loro temperamenti, sono umili, scialbi e rozzi: nel caso di Camille, l’ignaro marito, o degli amici delle serate conviviali del giovedì, sono descritti come insulsi e non troppo dotati cognitivamente. Perfino il colore degli ambienti in cui si svolge la storia, i sobborghi di Parigi, dei connotati e finanche della pelle stessa dei personaggi definisce lo stato di bassezza e degradazione dei personaggi.
Altro protagonista drammatico è la tremenda suocera, la merciaia Madame Raquin, che colma d’amore lo sfortunato figlio fino a renderlo schiavo del suo iperprotezionismo e che in seguito, inconsapevolmente, benedice il matrimonio dei due fedifraghi e assassini dello stesso amato figlio. Tutto degrada progressivamente, il senso di colpa per l’omicidio commesso si manifesta attraverso il susseguirsi di crisi nervose che generano allucinazioni che si presentano sottoforma di immagini sfigurate del defunto che perseguitano i colpevoli.
Anche il povero gatto della merciaia, muto testimone delle vicende della casa, finisce spappolato contro un muro fuori dalla finestra in uno scatto d’ira del possente Laurent.
Questo è il realismo o ancor meglio il naturalismo di Zola, che con questo romanzo se ne afferma come padre fondatore, ma che contemporaneamente condanna e sfata ogni bellezza romantica del romanzo d’amore. Nel suo genere non si può dire che non sia comunque straordinario, anche se è piuttosto lontano dall’essere fra i miei romanzi preferiti.
La rappresentazione cinematografica del romanzo di Zola che suggerisco di vedere è il film del 1953 con interpreti un Raf Vallone, perfetto nei panni di Laurent e una bellissima Simone Signoret, nei panni di Thérèse. La curiosità di questa versione cinematografica è che il romanzo originale si svolge nella seconda parte dell’Ottocento mentre il film è trasposto negli anni Cinquanta, quindi modernizzato, attualizzato e decisamente un po’ più romantico.
Informo invece, per chi non ne fosse a conoscenza, che a marzo 2013 dovrebbe invece uscire una nuova versione cinematografica in costume di ‘Thérèse Raquin, del regista C. Stratton, con interpreti Tom Felton (ex Malfoy, maghetto biondo e cattivo di Henry Potter) nei panni di Camille e Elizabeth Olsen, sorella maggiore delle più famose gemelle prodigio del cinema americano, in quelli di Thérèse. Secondo me sarà bellissimo, ma non all’altezza dell’attesissimo Anna Karenina…

martedì 6 novembre 2012

Le sfumature di Mr. Rochester


Mr Edward Rochester , protagonista maschile di ‘Jane Eyre’ creato dalla fervida immaginazione di Charlotte Brontë, è uno dei personaggi più problematici ed affascinanti fra i vari ‘principi azzurri’ incontrati nella letteratura romantica dell’800. In giovane età e controvoglia viene obbligato dal padre a contrarre un matrimonio combinato con una bella donna di origini Jamaicane, Bertha Mason, portatrice però di tare ereditarie tali che in breve tempo esploderanno nella nota follia distruttiva. Rochester però, da vero gentiluomo, preferisce provare a gestire il problema confinando la poveretta nella soffitta del suo palazzo signorile con una badante, piuttosto che rinchiuderla in un manicomio. Nel frattempo però, distrutto dal dolore, comincia una vita dissoluta e vagabonda che lo porta a varcare le soglie dell’inferno, come lui stesso definirà poi in più tarda età il periodo più nero della sua vita. Si innamora quindi di una giovane francese dai dubbi costumi, che lo usa però per godere del suo patrimonio e che gli lascia anche in affido la piccola creatura di cui rimane incinta ma di cui Rochester non sembra esserne il padre.  Anche se un po’ malamente, si occupa dunque oltre che della moglie pazza anche di Adéle, la bambina divenuta sua protetta. Ancor più disperato e deluso da tutte le circostanze negative che la vita gli ha riservato, si abbandona ai vizi e si corazza dietro un carattere burbero e misantropo che diversi anni più tardi verrà scalfito solo dalla luce che finalmente riuscirà a riportargli la giovanissima istitutrice di Adéle, Jane Eyre. Innamoratosi  profondamente di lei,  dovrà però fare ancora un po’ di strada per redimersi del tutto dalle brutture acquisite negli anni bui, passando attraverso molte bugie, un tentativo sventato all’ultimo di poligamia, ripetuti tentativi di omicidio nei suoi confronti da parte della moglie sì pazza ma anche gelosa e una cecità quasi totale, conseguenza dell’incendio appiccato dalla stessa Bertha, grazie al quale lei uscirà di scena.
Nonostante tutto però Jane Eyre, e anche tutte le lettrici appassionate del romanzo, non sono riuscite a fare a meno di innamorarsi di questo uomo non giovane, non bello, robusto e con gli arti un po’ tozzi, scontroso e, apparentemente con un’unica nota positiva, ovvero un bel patrimonio. Sono infatti la forza e la fragilità, contrapposte ma unite nello stesso affascinante personaggio, che lo rendono irresistibile e che scatenano nell’eroina del romanzo l’attrazione fatale che la riporterà a lui dopo aver cercato invano di sfuggirgli.
Dei tre attori che hanno personificato Mr. Rochester nei due più famosi film intitolati ‘Jane Eyre’(del 1996 il primo e del 2011 il secondo) e in una miniserie della BBC del 2006, vorrei descrivere le diverse caratteristiche che ciascuno di loro ha messo in evidenza, senza mai snaturare il personaggio e, a mio avviso, completandolo in tutta la sua bellezza romantica.

William Hurt, nel film di Franco Zeffirelli del 1992 con la bravissima e fisicamente più rappresentativa Charlotte Gainsbourg nella controparte di Jane Eyre, è il Rochester che meglio rappresenta l’età matura del protagonista, la sua sconsolatezza ed irriducibilità dell’ingiusto passato, attraverso il malinconico sguardo con cui osserva ogni cosa. Bellissima interpretazione, per me la più romantica.

Toby Stephens, nella miniserie della BBC del 2006 è un Rochester molto convincente, passionale, piuttosto aderente al romanzo, un po’ più della Jane Eyre interpretata da Ruth Wilson. Gli unici aspetti che forse si allontanano un po’ dal personaggio originale, ma che contemporaneamente esaltano l’immaginario dell’innamorato perfetto, sono la eccessiva  bellezza del protagonista, tutt’altro che banale, e la scarsa differenza di età che si percepisce fra Edward e Jane.

Infine Michael Fassbender nel  recente ‘Jane Eyre’ del 2011, che dire di lui? Il mio preferito in assoluto, non troppo bello ma il più passionale, carnale, mascalzone e sexy Rochester che si sia mai visto nello schermo.
Fa venire i brividi il richiamo ‘Janeeee..’ nella brughiera solitaria che la protagonista sente come irresistibile richiamo-allucinazione del suo amato, che la porta a ricongiungersi a lui ormai del tutto redento.
In un’intervista di Fassbender, l’attore dice che per interpretare questo richiamo nella mente della sua amata, ha preso spunto da Laurence Oliver che  ha interpretato Heathcliff nel film ‘Cime tempestose’ del 1939.. e non a caso aggiungerei.

Quindi diverse sono le sfumature date alle interpretazioni da questi bravi attori, ma sempre unico resta il magnifico Mr. Edward Rochester.