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domenica 25 gennaio 2015

Beatrix Potter, Pamela L. Travers e le divinità archetipiche femminili

Le riflessioni riportate nel mio post di oggi hanno origine dalle associazioni mentali che stimoli ed eventi degli ultimi giorni mi hanno suscitato: un film, due personaggi femminili vissuti tra fine Ottocento e Novecento e un convegno sull’ “Assertività nelle differenze di genere” tenuto da una mia collega e cara amica.
Ho perso il conto di quante volte ho visto ormai il film ‘Miss Potter’ (2006) di Chris Noonan con una Renee Zellweger brava, anche se con qualche caduta in smorfie e atteggiamenti già visti in altre situazioni, e un sempre credibile Ewan McGregor. E’ un film che parla della vita di Beatrix Potter, famosa illustratrice e scrittrice inglese vissuta nel tardo periodo vittoriano, famosa per i suoi libri per bambini in cui magici conigli, anatre e animali di campagna popolavano storie immaginarie. Il film è una bella sintesi dell’espressione artistica di una donna benestante che, sebbene libera da bambina di poter esplorare la natura in modo anticonvenzionale e con l’esclusiva compagnia del fratello, è stata poi costretta per le rigide regole e i modelli femminili del tempo a rinunciare agli studi e ad occuparsi della casa per lungo tempo. E’ la storia di una donna dalla fervida immaginazione, che ha colmato con i suoi dolcissimi personaggi l’assenza delle amorevoli cure della madre e della compagnia degli amici che l’infanzia di norma richiederebbe. E’ infine la storia di una donna che è riuscita nel tempo a riscattarsi, diventando autonoma grazie alle cospicue entrate derivate dalla vendita delle sue opere e che, sebbene la storia con il suo editore non sia finita bene, ha perseguito l’amore quello vero, quello che la società e la sua famiglia non riteneva adatto e all’altezza della sua posizione.

E mentre finivo di godermi questo film, per associazione mi è venuta in mente Pamela L. Travers, l’autrice di Mary Poppins, artista complessa anglo-australiana di inizio Novecento magnificamente interpretata da Emma Thompson in ‘Saving Mr Banks’ (2013) di J. Lee Hancock. L’associazione deriva dal fatto che anche in questo caso il genio artistico si è manifestato per un’esigenza personale, uno stato di disagio o malessere tanto più evidente per Pamela che per Beatrix, dal momento che si è venuto a sapere che poco meno che adolescente, scrisse questa storia per consolare se stessa e i suoi fratellini dalla triste evidenza dello stato depressivo della madre e dal dramma dell’alcolismo di un padre fallito a cui era profondamente attaccata. Associazione dovuta anche al fatto che, sebbene in modo diverso dalla Potter, Pamela ha saputo riscattarsi da un’infanzia difficile, trasferendosi in Inghilterra, lavorando per mantenersi e prendendo decisioni che la società non riteneva proprie delle donne, quale quella di adottare un figlio da single.
E in ultimo ieri sera, mentre partecipavo ad un ciclo di incontri sul tema dell’assertività e, nello specifico, all'esposizione di ciò che distingue il genere femminile e maschile e di come in realtà entrambi siano presenti in ognuno di noi determinando in modo diverso il nostro stile comunicativo, ecco l’ultima associazione. Mentre la relatrice parlava di come gli archetipi, che, come Jung insegna, sono i modelli di comportamento istintuale che popolano l’inconscio collettivo, siano i responsabili dei diversi comportamenti che distinguono le donne fra di loro, e di come diverse dee agiscano in noi e cerchino di emergere ed affermarsi, ho cercato di focalizzare quali divinità archetipiche abbiano prevalso in Beatrix e Pamela. Nello specifico mi sono fatta l’idea che due dee in particolare in entrambe le scrittrici abbiamo lottato per predominare e determinare le loro personalità e i loro comportamenti, non senza generare conflitto interiore e momenti di confusione: Artemide e Persefone. La prima infatti, è la dea esploratrice e determinata, che basta a se stessa e rappresenta l’archetipo della libertà di espressione ma anche di stile di vita, molto orientata a raggiungere il suo obiettivo a discapito della sfera emotiva, dell’amare e prendersi cura degli altri.
La dea Persefone invece, che rappresenta la dualità della ‘Kore’, o dea fanciulla dipendente, e della signora degli Inferi, dea matura e guida delle anime perse, rappresenta l’archetipo della donna fragile, dipendente e bisognosa della protezione altrui che però, se riesce ad esplorare gli strati più profondi del proprio sé, giunge poi ad essere donna consapevole e recettiva ai cambiamenti.

Ecco spiegato dunque cosa ho trovato in comune fra Beatrix Potter, Pamela D. Travers e l’espressione delle divinità archetipiche attraverso le associazioni mentali..

sabato 1 marzo 2014

Il mito celtico di Erin e Mider e il significato simbolico del cigno

Abbandonando per un attimo l' Ottocento e dintorni, come già fatto altre volte, oggi volgo lo sguardo al mito antico, che altrettanto mi appassiona come contenuti e periodo storico di riferimento. Questa volta voglio però ricordare un antichissimo e poco conosciuto mito dei popoli del nord e più precisamente dei Celti d'Irlanda, che narra di una divinità che fa di tutto per riavere la sua amata.
Midar, bellissima e potente divinità guerriera dei Tuathua De Danaan, chiamato anche 'Criniera Gialla', in occasione di una visita al suo figlio adottivo Oengus, che gli chiede di rimanere da lui per un anno, pretende in cambio di avere la donna più bella di tutta la terra di Eriu, Erin. Oengus, dopo aver soddisfatto le molteplici richieste del padre di Erin, riesce a consegnare la giovane e bellissima donna a Mider e questi se ne innamora perdutamente. Al termine del soggiorno Mider porta con sé Erin a Bri Leith, il suo regno, dove però dovrà far i conti con la gelosissima moglie Fuamnach, che non facendosi una ragione della giovane, si vendica con le sue arti magiche trasformando la sfortunata prima in acqua, poi in verme e poi in una bellissima mosca scarlatta. Venuto a sapere dell'accaduto, Mider, disperato, non si separa un attimo da Erin la mosca, e gira con lei giorno e notte, proteggendola e non accettando né cibo né bevande, né nessuna altra donna. Ma la moglie non ancora soddisfatta, ordisce un piano e con le sue arti magiche produce un vento talmente impetuoso da allontanare per sette anni la mosca da Bri Leith. Dopo varie vicissitudini la bella mosca Erin riesce a tornare nella sua terra di origine, Ulair, mentre la moglie di Mider viene giustiziata per le sue colpe da Oengus che aveva scoperta i suoi piani. Erin sotto forma di mosca cade dentro la coppa d'oro della moglie di Etar, un nobile guerriero di quelle terre, e viene da lei inavvertitamente ingurgitata.

Poco dopo rinasce come sua figlia e viene chiamata nuovamente Erin. Una volta cresciuta la bella Erin viene data in sposa a Eochaid, il figlio del re, ma, avendola riconosciuta, Mider con un espediente si ripropone a lei, svelandole la sua natura e il loro antico amore. Mider salva la giovane dal disonore di cui si stava macchiando a sua insaputa e le chiede in cambio di seguirlo, se fosse riuscito ad avere il consenso del marito. Lei accetta e dopo che Mider sfida più volte Eochaid al gioco del fidchell (una specie di scacchi) finalmente vince e chiede al principe come pegno di poter abbracciare e baciare sua moglie. Eochaid accetta, ma sospettando che gli intenti di Midar fossero altri, schiera le sue guardie tutt'attorno alla casa e ne sbarra le finestre prima di acconsentire. Ma il bellissimo Midar 'Criniera Gialla', quando si presenta nella casa di Eochaid per avere il suo premio, si avvicina alla giovane Erin, la abbraccia e librandosi in aria la solleva trasformando poi entrambi in due meravigliosi cigni che si dirigono verso il sid, al di là del fiume Femen.
Mider così riesce a riavere la sua amata che finalmente trova pace accanto al suo bellissimo e potente dio. Il mito continua con altre vicissitudini che non riescono però a far più separare Midar da Erin e quindi preferisco concludere con questa bellissima immagine dei due cigni che si librano in aria.

Il significato simbolico del cigno è duplicemente legato a quello della purezza e bellezza da un lato e della seduzione dall'altro: basti ricordare il più famoso mito greco di Zeus che sotto forma di splendido cigno seduce Leda che genera così dalle due uova deposte la stirpe divina dei Dioscuri (Castore e Polluce) e di Elena e Clitemnestra (questa è una delletante versioni tramandate..). Da qui poi anche il nome di una delle più belle costellazioni dell'emisfero del Nord, la costellazione del Cigno... In epoca medievale troviamo il cigno come simbolo dell'ordine dei Templari con particolar riferimento a Goffredo di Buglione, che da piccolo fu trasformato in cigno assieme ai fratelli per essere salvato e in seguito, tornato in forma umana divenne per la leggenda noto come Cavaliere del Cigno.
Animale superbo e bellissimo, il cigno con la sua aurea di bellezza e irraggiungibilità si è prestato ad innumerevoli richiami in storie romantiche e suggestive che ancora oggi toccano le corde dell'immaginario, e come soggetto di alcune fra le più belle operare d'arte di illustri maestri del passato quali Leonardo da Vinci, Michelangelo e il Correggio.



venerdì 1 novembre 2013

Halloween, le streghe e i vampiri



Ieri era Halloween e siccome la globalizzazione non è solo una idea sociologica dell’ultimo decennio, anche da noi questa festa molto americana ha preso parecchio piede. Chi poi ha bambini sa bene che il rituale del ‘treat or trick’ è
quasi un obbligo, sempre che non si riesca a sviarlo con una festina carnevalesca sostitutiva. Io ho scelto la seconda e, sebbene in formula ristretta (erano 8 bambini/e fra i 2 e i 6 anni), il caos e il divertimento ‘mostruoso’ sono stati i veri protagonisti del tardo pomeriggio di ieri.
Documentandomi un po’ ho scoperto però che la festa di Halloween, pur arrivando dagli USA,  in realtà ha lontane origini celtiche. Come ho trovato sul sito irlandando.it, che qui cito e ringrazio:
 “..Halloween corrisponde a Samhain, il capodanno celtico. Dall’Irlanda, la tradizione è stata poi esportata negli Stati Uniti dagli emigranti, che, spinti dalla terribile carestia dell’800, si diressero numerosi nella nuova terra.

Il nome Halloween (in irlandese Hallow E’en), deriva dalla forma contratta di All Hallows’ Eve, dove Hallow è la parola arcaica inglese che significa Santo: la vigilia di tutti i Santi, quindi.

I Celti erano prevalentemente un popolo di pastori, a differenza di altre culture europee, come quelle del bacino del Mediterraneo. I ritmi della loro vita erano, dunque, scanditi dai tempi che l’allevamento del bestiame imponeva, tempi diversi da quelli dei campi.

Alla fine della stagione estiva, i pastori riportavano a valle le loro greggi, per prepararsi all’arrivo dell’inverno e all’inizio del nuovo anno. (…) Il passaggio dall’estate all’inverno e dal vecchio al nuovo anno veniva celebrato con lunghi festeggiamenti, lo Samhain  che si celebrava fra il 31 Ottobre e il 1° Novembre, e  il cui significato deriverebbe dal gaelico samhuinn e significa “summer’s end”, fine dell’estate. (…). L’evento serviva ad esorcizzare l’arrivo dell’inverno e dei suoi pericoli, unendo e rafforzando la comunità grazie ad un rito di passaggio che propiziasse la benevolenza delle divinità.

La morte era il tema principale della festa, in sintonia con ciò che stava avvenendo in natura: durante la stagione invernale la vita sembra tacere, mentre in realtà si rinnova sottoterra, dove tradizionalmente, tra l’altro, riposano i morti. Da qui è comprensibile l’accostamento dello Samhain al culto dei morti.

Samhain era, dunque, una celebrazione che univa la paura della morte e degli spiriti che in quell’occasione ritornavano sulla terra, all’allegria dei festeggiamenti per la fine del vecchio anno. Durante la notte del 31 ottobre si tenevano dei raduni nei boschi e sulle colline per la cerimonia dell’accensione del Fuoco Sacro e venivano effettuati sacrifici animali. Vestiti con maschere grottesche, i Celti tornavano al villaggio, facendosi luce con lanterne costituite da cipolle intagliate al cui interno erano poste le braci del Fuoco Sacro.
Dopo questi riti i Celti continuavano i festeggiamenti per altri 3 giorni, mascherandosi con le pelli degli animali uccisi per spaventare gli spiriti.

In Irlanda si diffuse l’usanza di accendere torce e fiaccole fuori dagli usci e di lasciare cibo e latte per le anime dei defunti che avrebbero reso visita ai propri familiari, affinché potessero rifocillarsi e decidessero di non fare scherzi ai viventi.”

Da qui i festeggiamenti, le maschere, i fuochi dentro le cipolle che poi sono diventate zucche e i dolcetti alla porta per scongiurare gli scherzetti degli spiriti.

Gli spiriti e i mostri sono stati spesso rappresentati come streghe, mostri, fantasmi e vampiri. E infatti alla festa di ieri erano presenti ben 5 vampiri, una streghetta e un mini fantasma (una bimba si è rifiutata invece di vestirsi); e c’erano le zucche, le dita mozzate delle streghe e i ragni.

Oggi poi per completare il tutto mi sono vista ‘Dark Shadows’ del 2012 di Tim Burton con Johnny Deep, Eva Green e
Michelle Pfeiffer. Un film gotico e surreale, come solo Tim Burton sa fare, che narra la storia del vampiro Barnabas Collins  che dopo quasi 200 anni di sonno torna ‘in vita’. Catapultato negli anni ’70, Barnabas cercherà di reinserirsi nella famiglia composta dai suoi singolari discendenti e di riportare in attivo la vecchia e lucrosa attività di commercio che avevano fondato i suoi genitori. Ritroverà l’amore e anche la strega che in quanto immortale continua a perseguitarlo per amore e gelosia. Un film burtoniano con l’attore burtoniano per eccellenza, Johnny Deep: non posso dire che non mi sia piaciuto (l’atmosfera era perfetta per la festa appena passata) ma neanche che mi abbia fatto impazzire. Un po’ sconclusionata la trama e in certi passaggi poco convincente, con un protagonista parente un po’ lontano dei magnifici Edward mani di forbici e Ichabod Crane de ‘I misteri di Sleepy Hollow’ ma sempre Deep nell’anima. Belle le ambientazioni e lo humor nero che spesso traspare come puro divertimento più per il regista stesso che per il  pubblico.

Concludo quindi riponendo maschere e zucche, e mangiucchiando i molti dolcetti recuperati, procedo verso un lungo week end di pieno relax.


Buon Halloween in ritardo a tutti!

sabato 24 agosto 2013

Il Nabucco, l'Arena di Verona e un salto nel passato

L'11 Agosto e' stata una giornata speciale perché dopo varie vicissitudini siamo riusciti a regalarci lo spettacolo del 'Nabuccodonosor' di Giuseppe Verdi all'Arena di Verona. Non è la
prima volta che vado ad assistere ad un'opera in questo magnifico contesto, ma ogni volta e' una magia, un evento e non solo per l'opera in se', ma per tutto l'insieme.
Innanzi tutto la città' di Verona, che non delude mai.
A me e' sempre piaciuta perché pur essendo meta di una moltitudine infinita di visitatori, che non sempre sono il lato positivo delle città d'arte,  non e' troppo dispersiva ed e' sempre accogliente, permettendo nel raggio di poche centinaia di metri quadri di osservare le meraviglie che contiene quali ad esempio la Porta Nuova, l'Arena, la Piazza delle Erbe, la Piazza dei Signori e il presunto balcone da cui Giulietta spasimava per il suo Romeo. Arrivare quindi a Verona e fare un giro in centro, in attesa che arrivi l'ora dello spettacolo, aiuta ad immergersi in un'atmosfera d'altri tempi che prelude ad un qualcosa che difficilmente potrà essere dimenticato.

Lo spettacolo dell'opera allestito nell'Arena. Beh, ne ho visti di spettacoli a teatro, al chiuso e all'aperto, e forse l'unico contesto che mi permetto di paragonare e' quello della Fenice di Venezia, che ho avuto modo di visitare 'qualche' anno fa durante il Liceo. Ritengo però che la suggestione dell'Arena sia difficilmente replicabile, anche assistendo allo spettacolo dagli scomodi gradoni che ti rimandano tutta la calura accumulata nelle ore diurne e che obbligano a dotarti di un soffice cuscino per evitare mal di schiena fastidiosi (ma come facevano gli antichi?). È maestoso l'allestimento della scena, sono decine e decine gli addetti ai lavori che ruotano attorno alla scenografia per garantire poco più di due ore di magia.

E ancora, l'arrivo dei vip nella zona esclusiva delle poltrone e poltronissime, ovvero lo spettacolo nello spettacolo, soprattutto se si e' dotati di binocolo! Il rito dell'accensione delle candele ad inizio spettacolo e le stelle che si uniscono dall'alto a creare quella miriade di punti luminosi intermittenti che sanciscono l'ingresso in scena dei protagonisti.
Il 'Nabucco'' di Verdi. Era la prima volta che lo vedevo rappresentato, pur conoscendo bene l'aria più nota che contende tutt'ora il titolo di inno nazionale al 'Fratelli d'Italia' di Mameli, ovvero il 'Va pensiero'. Eccezionale l'orchestra e il suo direttore,  Julian Kovatchev; straordinaria, nonostante una partenza incerta,
l'interpretazione di Lucrecia Garcia del personaggio di Abigaille,  la presunta primogenita di Nabucco, in realtà figlia di schiavi, che cerca di sottrarre il trono al padre acquisito; ottimo il

coro che ha gentilmente replicato il 'Va pensiero' di cui sopra per la suggestiva interpretazione eseguita. Se poi il rientro al presente viene accompagnato da una notte in un bellissimo ex convento adibito ad hotel poco fuori Verona, dove relax e buon gusto non mancano, e una passeggiata in riva al Garda la mattina seguente, cosa si può chiedere di più?













domenica 21 luglio 2013

Mito e misticismo nella città di Tindari, antica colonia della Magna Grecia italiana



La lunga pausa che mi sono presa nel postare qualche nuovo pensiero è dipesa in buona parte da tutto ciò che è ruotato attorno alla bella vacanza appena trascorsa nella seconda settimana di luglio: la preparazione in tempo reale mentre si stava ancora lavorando, la partenza, i virus micidiali che ancora da questo inverno non ci hanno dato tregua e, finalmente, il viaggio, sono stati davvero impegnativi ma poi è arrivato il soggiorno vero e proprio. Meta prescelta, per quest’anno per noi fortunato in termini vacanzieri, la Sicilia.
L’obiettivo era il riposo totale (per quanto di totale si possa immaginare con due bimbi piccoli) per cui il villaggio con formula ‘all inclusive’ ha fatto davvero al caso nostro. Ma vista la meta, come non dedicare almeno qualche ora a una visita che mi avrebbe permesso di tuffarmi negli splendori della Magna Grecia? Purtroppo le zone più conosciute e meritevoli di visita erano distanti dalla Costa del Sole dove eravamo noi, distanti abbastanza da non mobilitare tutti per un’intera giornata con annessi e connessi (ricordiamo il tema del ‘riposo’..). Ma fortunatamente nel programma variegato delle escursioni previste dall’organizzazione ce n’era una che prevedeva una visita proprio a pochi chilometri dal villaggio, con andata e ritorno in mattinata, a Tindari antica e piccola cittadina arroccata su un colle-promontorio fronte mare. Detto e fatto e, nonostante la compagnia fosse stata ridotta da 4 a 2 a causa della tosse più febbre che ha pensato bene di minare le vacanze (senza peraltro riuscirci..), sono riuscita ad assaporare le meraviglie degli antichi, lo splendore misterioso
delle opere compiute e molto bene conservate dagli agenti atmosferici che ancora oggi tanto ci comunicano e tramandano come doveva essere la vita del 400 a.C. e dei secoli successivi.

Tindari è famosa più per il santuario che conserva la preziosa e miracolosa statua della ‘Madonna Nera’, di probabili origini bizantine, che si narra essere approdata intorno al 762 d.C. sulla costa a seguito di una tempesta, e che lì fu abbandonata dai marinai che dovettero liberarsi di diversi carichi e oggetti per poter risalpare velocemente. E’ stata quindi Lei a scegliere dove fermarsi e dopo diverse vicissitudini, rimasta integra nonostante gli attacchi di saraceni e altri conquistatori, ha finalmente trovato posto definitivo in quello che oggi è il sontuoso ‘Santuario della Madonna della Rocca’ che svetta dal colle, meta tutt’oggi dei pellegrinaggi dei fedeli che rendono omaggio alla santa protettrice dei naviganti e delle anime in pena. Altra caratteristica unica che completa l’aurea mistica di questo splendido posto è lo strano fenomeno chiamato del ‘mare secco’ o dei ‘laghi salini’ che incorniciano la costa sottostante il colle.
Il mare ritirandosi infatti dalla costa ha formato delle ampie pozze di acqua salata o laghi naturali che assumono le forme più disparate modificandosi in continuazione. Uno di questi, nel 1985 e per un lungo periodo successivo, ha anche preso le forme dell’immagine sacra della Madonna, coincidenza forse, ma anche segno ulteriore che qualcosa di sacro permea questo incantevole posto.

Ma è in particolare sulla mitica città di Tindari che la mia passione per il mondo e la cultura greca ha trovato modo di rinvigorirsi nell’osservazione dal vivo del sito archeologico fra i più suggestivi che ho visto nei miei viaggi.  Non particolarmente esteso, la città di Delphi in Grecia o Pompei ad esempio sono notevolmente più grandi, il sito permette nella sua distribuzione di avere una visuale complessiva di come era stata sapientemente costruita la struttura urbana, dall’acropoli alla zona dedicata agli incontri pubblici fino al teatro luogo di arte e cultura. Tutto ciò maestosamente eretto fronte mare dove magnifici tramonti
da sempre caratterizzano il concludersi delle giornate. Sono stati gli Spartani, popolo forte e orgoglioso, che, sconfitti ed esiliati dagli ateniesi nel V secolo a.C. ma accolti benevolmente da Dionisio I° Tiranno di Siracusa, costruirono sotto il mandato del loro ospite quella che diventò per lungo periodo la città fortificata più famosa e inattaccabile del periodo greco-romano e uno dei porti commerciali più floridi del Tirreno. Il massimo periodo di fulgore la città lo raggiunse sotto l’impero di Cesare Ottaviano Augusto che liberò la Sicilia dalla minaccia Cartaginese e ne decretò ancora il dominio nei traffici commerciali del periodo, incrementando l’esportazione dei beni prodotti nel fertile e rigoglioso territorio interno. La città subì molte modifiche e crebbe ulteriormente in splendore. Fu modificato il tempio per poter accogliere i giochi ludici e i combattimenti tanto amati dai romani, fu costruito un imponente edificio a sei archi e più piani di cui ancora oggi si discute se fosse sede di un ginnasio, meno probabile di una basilica, o di sicuro sede di incontri pubblici; furono costruite ville patrizie meravigliose con giardini interni, mosaici e cisterne d’acqua private.
L’acropoli, su cui oggi risiede il Santuario della Madonna Nera,  era sede di un maestoso tempio dedicato alla dea Cibele e più sotto su quello che oggi è chiamato Colle Giove c’era un tempio dedicato al padre degli Dei. Caratteristica straordinaria della città fortezza erano inoltre le ciclopiche mura che la circondavano tutta in una doppia fila alta quasi 7 metri.

Potrei continuare ancora e ancora nella descrizione dei particolari ma voglio invece concludere con la sensazione che ho provato in quelle poche ore trascorse in questo silenzioso e assolato posto, dominato dai colori verde e blu, circondato dalla tipica vegetazione mediterranea e permeata dal suono del verso delle cicale che la fanno da padrona in questa stagione: una sensazione di grande meraviglia, ma anche di pace interiore e rispetto che mi faceva facilmente indovinare ed immaginare come si muovevano gli abitanti di quel tempo in quegli spazi, vestiti di semplici
vesti o tuniche leggere e calzari di cuoio, di come trascorrevano le ore della giornata passando dai momenti dediti al lavoro, al momento dei bagni nelle splendide terme, alle ore dedicate ai riti sacri piuttosto che ai momenti lieti nell’assistere a una commedia o tragedia magistralmente rappresentata. E’ grazie e attraverso questi popoli lontani ma già così elevati nel pensiero e nelle opere che siamo diventati quello che siamo e che realizziamo quanto ci circonda oggi. Come dice il mio caro amico Renato non a caso e non può essere che grazie a qualcosa di ‘più elevato’ che l’uomo si contraddistingue da tutto il resto del mondo animale.







domenica 2 giugno 2013

La Bella e la Bestia di ieri e di oggi



La Bella e la Bestia è una famosa favola di metà ‘700 di origini europee, forse francesi, che fu pubblicata per la prima volta ad opera di Madame Gabrielle Suzanne Barbot de Villeneuve. Sembra che esistano diverse versioni della favola originale ma la più nota  è quella che narra di un ricco mercante che aveva 3 figlie, di cui le due più grandi superficiali, altezzose e legate solo ai beni materiali come ori e gioielli, la terza Bella di nome e di fatto, ragazza semplice dolce e dai sentimenti veri.
Tutte le sorelle erano corteggiate da ammiratori attratti anche dal ricco patrimonio che  avrebbe accompagnato le future spose, ma mentre le prime due rifiutavano malamente tutti i pretendenti, Bella faceva altrettanto ma sempre usando estrema dolcezza e cortesia. Un giorno il mercante perse tutte le sue fortune e nella speranza di ritrovarne una parte nell’unico vascello ritornato in porto dopo la tremenda tempesta che aveva disperso il resto dei suoi averi, partì per recuperare ciò che era rimasto e chiese alle figlie che regalo volessero al suo ritorno. Le due figli maggiori chiesero che gli venissero portati dei gioielli, mentre la più piccola chiese una rosa di quelle che non crescevano in loco. Il mercante, partito fiducioso, fu costretto però ad utilizzare i pochi beni ritrovati per pagare i debiti e, disperato per il triste futuro che avrebbe atteso le sue figlie, fece ritorno a casa. Attraversando un fitto bosco, si imbattè in un castello che non aveva mai visto e vi entrò scoprendo che le stanze, ben arredate, pulite e scaldate sembravano accoglierlo benevolmente, ma non vi era traccia di padroni né servitù. Ristorato dalle fatiche, vide che in una zona del castello c’era un bellissimo giardino dove crescevano delle bellissime e rare rose e volendo mantenere la promessa alla figlia prediletta ne colse una. Si manifestò allora il padrone del maniero, un essere umano ma dalle sembianze di bestia mostruosa, che adirato per l’oltraggio subito minacciò di morte il mercante. Il mercante spiegò cosa stava facendo e la Bestia allora gli propose in cambio della sua vita di consegnargli la figlia, che avrebbe vissuto con lui come prigioniera ma con tutti gli agi e le ricchezze a disposizione. Il mercante fece ritorno a casa e costretto dalle figlie raccontò quanto gli era accaduto. Bella capì che la causa di tutto era stata proprio la sua richiesta e decise quindi di andare di sua volontà dalla Bestia. Trascorse del tempo in compagnia dello strano padrone che la trattava gentilmente e la chiedeva in sposa, ma lei rifiutava sempre con gentilezza di modi.  Ma un giorno Bella venne a sapere che il padre si era gravemente ammalato e chiese alla Bestia di poter far ritorno a casa per accudirlo. La Bestia si oppose per un po’ ma vedendo che Bella era sempre più triste e sconsolata alla fine le concesse di visitare il padre a patto che dopo una settimana facesse ritorno da lui, altrimenti sarebbe morto dallo strazio causato dalla sua assenza. Bella promise e arrivata a casa fu convinta dalle sorelle, invidiose di vederla ben vestita e in salute, a fermarsi oltre il tempo concesso dalla Bestia.
Dopo un po’ di tempo Bella si pentì di aver infranto la promessa e fece ritorno al castello dove trovò la Bestia agonizzante a causa sua. Alla fine Bella si rese conto del grande amore che legava reciprocamente lei e la Bestia e decise di accettare la sua proposta di matrimonio.  La Bestia si trasformò in un bellissimo principe che spiegò a Bella di come era stato costretto in quei mostruosi panni da un sortilegio malefico di una strega e il tutto si concluse nei migliori dei modi per i due giovani sposi e il padre che nel frattempo era andato a vivere con loro. Solo le sorelle furono trasformate in statue ed obbligate  ad osservare inermi la felicità di chi avevano tanto invidiato. 
La metafora dell’andar oltre alle apparenze, come l’ammonimento a non essere superficiali e legati solo ai beni materiali o invidiosi di quanto possiedono gli altri, è lo scopo di questa bella favola, di cui negli anni sono state fatte diverse trasposizioni cinematografiche e televisive.
La più nota trasposizione è quella del film cartoon della Disney del 1991, molto fedele alla fiaba originale e strepitosa per i disegni dei costumi e delle scene più importanti come ad esempio quella del ballo di Bella con la Bestia. Il film Disney ha vinto 2 Oscar, per la miglior colonna sonora e canzone e 3 Golden Globes ed è inoltre uno degli ultimi capolavori disegnati ancora con la tecnica a mano e non esclusivamente digitale.

Negli anni ’80 e precisamente nel 1987 aveva ottenuto un buon successo di pubblico la trasposizione moderna della fiaba nella serie TV ‘Beauty and the Beast’ con Linda Hamilton nei panni dell’avvocatessa Catherine-Bella e Ron Perlman nei panni del deforme Vincent. La serie era ambientata a New York in tempi moderni e parlava della Bestia-Vincent  che viveva nascosto nella struttura fognaria della città. Salvata Bella da morte sicura dopo un’aggressione, superato lo shock iniziale di lei alla vista di lui, i due si conoscono, innamorano e comunicando telepaticamente aiutano anche la polizia a risolvere dei casi. La storia d’amore in questa serie ha un triste finale: Catherine infatti viene uccisa dal killer che ne rapisce anche il figlio avuto da Vincent, ma questi riuscirà a salvarlo e a portarlo nei sotterranei al sicuro. Ricordo che questa serie, molto anni ottanta sia per le spalline che abbondavano nei costumi di scena che per l’improbabile e voluminosa permanente con cui era acconciata la testa leonina della Bestia, mi era piaciuta davvero molto, soprattutto per l’intensità del sentimento che i due protagonisti sapevano trasmettere!

Del 2011 invece è il poco riuscito teen-movie ‘Beastly’ con Mary Kate Olsen, Vanessa Hudgens e Alex Pettyfer che traspone la bella fiaba ai giorni d’oggi e in mezzo a problematiche di bullismo e classismo del periodo scolastico. La Olsen-strega dark di nome Kendra, stanca degli scherzi e insulti subiti, lancia infatti un sortilegio al più ricco, viziato e belloccio della High School (Pettyfer), trasformandolo in un mostro calvo e sfregiato (da un super tatuaggio-cicatrice ramificato in volto), specchio della sua bruttezza interiore. Gli concede quindi 1 anno esatto per far innamorare di sé una ragazza che deve riuscire ad andare oltre il suo aspetto esteriore, pena il rimanere così sfigurato per sempre. Kyle-Pettyfer ci riuscirà all’ultimo con Lindy, una compagna di classe bella ma di estrazione sociale povera a cui non aveva mai prestato attenzione. Un po’ fantasy, molto teen ma poco convincente, eccezion fatta per la simpatica figura del docente di Kyle-Bestia scelto appositamente cieco dal ricco padre, che saprà comprendere il giovane molto più del genitore freddo e disinteressato.
Dal 29 Maggio invece hanno messo in onda su RAI 2 la nuova serie TV americana ‘Beauty and the Beast’, ultima trasposizione moderna della fiaba con protagonisti una giovane ragazza, Catherine (Kristin Kreur), che ha visto uccidere la madre sotto i suoi occhi da un killer ma che è stata salvata in tempo da uno strano tipo, che poi scoprirà essere, qualche tempo dopo divenuta detective, Vincent (Jay Ryan), il muscoloso ex medico militare reduce dell’Afghanistan, dato per morto dal 2002. Il ragazzo è l’unico superstite di esperimenti genetici fatti dagli americani per creare il supersoldato, poi finiti male quando i ragazzi/bestie dotati di superpoteri cominciano a sfuggire al controllo e a diventare pericolosi. L’esercito così decide di sterminarli tutti ma uno si nasconde e salva. Fra la detective e il reduce che vive nascosto dalla società si crea un rapporto di fiducia reciproca che poi sfocerà in vero sentimento. Ho visto la prima puntata e poi ho sbirciato su internet per saperne di più, ma la sensazione di fragilità della sceneggiatura e qualche forzatura nei dialoghi mi è sembrata confermata dalle critiche trovate in rete che non decretano che Beauty and the Beast sia la serie dell’anno. 

Ad ogni modo, che le trasposizioni siano o meno riuscite, La Bella e la Bestia è una bella storia d’amore, che si presta ad un’apparentemente facile morale ma che a mio avviso soprattutto oggi giorno continua a trasmettere concetti che andrebbe bene riscoprire fra i giovani (ma non solo), primo fra tutti quello che la vera bellezza non è quella fisica o estetica che dir si voglia, ma quella che ognuno di noi riesce a vedere nell’altro andando oltre la prima apparenza.

domenica 26 maggio 2013

Dai miti ai romanzi, l’atemporalità del racconto dell’amore impossibile



Il mito di Tisbe e Piramo, di origini babilonesi, narra di due bellissimi giovani appartenenti a due famiglie che abitavano in case attigue ma che vivevano fra incomprensioni e in profondo conflitto.
Un alto muro separava i giardini adiacenti delle due proprietà e solo attraverso una crepa i due innamorati riuscivano a parlarsi. Vista la difficile situazione, i due giovani decisero di scappare all’insaputa delle famiglie e organizzarono un incontro notturno presso un grande gelso al riparo da sguardi indiscreti. Arrivata per prima, Tisbe incontrò però una leonessa che era appena tornata dalla sua caccia e fuggendo per mettersi in salvo perse un velo che la belva mordette e strappò con la bocca ancora  insanguinata dalle prede. Piramo, giunto al luogo dell’appuntamento, trovò la veste imbrattata dal sangue che pensava fosse della sua amata e sconvolto dall’idea che Tisbe fosse stata uccisa decise di farla finita trafiggendosi con la sua spada. Tornata al luogo dell’appuntamento, Tisbe vide il suo amato esangue a terra e, disperata, decise di farla finita gettandosi sulla spada che le aveva già sottratto il suo amore. Gli dei, impietositi dalla vicenda dei due innamorati, in loro memoria fecero in modo che i fiori del gelso avessero da quella volta il colore del sangue tragicamente versato.

Questo antico e bellissimo mito mette in luce tematiche eterne che già nell’antichità babilonese, greca o dei popoli del nord, passando per il Medioevo con Shakespeare, per arrivare all’800, sono state tramandate, riprese e rielaborate in storie con esiti più o meno drammatici.
Ostacoli come l’inadeguatezza di giovani amanti nell’affrontare le imposizioni o faide delle famiglie d’origine,  la passionalità che ottunde i sensi, che fa perdere la razionalità e compiere gesti estremi, o destini che separano amori seppur giovani ma sinceri e profondi, a volte anche per semplici malintesi o espedienti magici, si ritrovano in tutte le epoche.
Un altro famoso mito, questo proveniente dai popoli del nord, che parla di un amore vero ma infelice, è quello di Brunilde e Sigfrido. Valchiria lei, guerriero valoroso lui, dopo essersi innamorati, subiscono il destino avverso che li vede separati da intrighi di uomini e dèi calcolatori, che con l’aiuto di pozioni magiche fanno si che Sigfrido dimentichi Brunilde e che lei rinunci al suo amato andando sposa ad un altro con l’inganno ordito dal neo sposo  in complicità con lo stesso Sigfrido. Il sentimento di vendetta che poi si scatenerà in Brunilde, una volta svelati gli intrighi e convinta di essere stata prima illusa e poi tradita da Sigfrido, porterà alla tragica fine sia di Sigfrido, ucciso da Hagen su ordine del marito di Brunilde, che della stessa Brunilde che vinta dai sensi di colpa si suicida e getta nel rogo per riunirsi al suo perduto amore.

Passando al Medioevo, non si può non citare ‘Romeo e Giulietta’ di Shakespeare, che presenta molte affinità con il mito di Piramo e Tisbe, oltre che con quello di Tristano e Isotta, come già commentato qui.

Arrivando poi all’Ottocento, troviamo richiami ai temi dei diversi interessi familiari che si oppongono all’unione di giovani
immagine tratta dal blog 'ilpaesedeibambiniche sorridono'
innamorati in ‘Persuasione’ di Jane Austen ad esempio, dove la nobile, anche se decaduta famiglia di lei, disdegna anche solo l’idea che Anne si unisca ad un povero capitano di Marina in cerca di fortuna. Lunga la separazione e profonde le sofferenze che però trovano molti anni dopo il giusto lieto fine. Più tragica invece la conclusione della passione, consumata ma impossibile da sostenere dell’ ‘Anna Karenina’ di Tolstoij per il bel Vronskij, conclusasi con il suicidio di lei. Questi solo per citare i più famosi.

Che siano miti orali tramandati dunque od opere di grandi poeti e drammaturghi nonché di romanzieri o scrittori, ricorre eterno, perché umano, il tema dell’amore impossibile, della sublimazione dello stesso nella sofferenza e spesso nell’atto tragico che tocca le corde emotive più profonde dello spettatore di ogni epoca.   

giovedì 21 marzo 2013

Venere e Adone, i fiori e la Primavera


In occasione dell’equinozio di Primavera e della bella giornata di sole di oggi, che ha dato l’avvio alla mite stagione di mezzo, vorrei ricordare il mito greco celebrato da due dei più sublimi poeti che ho conosciuto nel corso dei miei studi, Ovidio e Shakespeare: il mito di Adone e Venere.
Adone, figlio di Mirra, è un bellissimo giovane di cui Venere si innamora perdutamente e che insegue e brama, curandosi di null’altro se non di lui. Adone ricambia tiepidamente le attenzioni della bella dea, dedicandosi invece con maggior piacere alla caccia. La Dea cerca di dissuaderlo dal dare la caccia ad animali selvaggi e pericolosi come fiere, cinghiali e leoni, ma nonostante ciò, durante una battuta di caccia egli viene ferito a morte all’inguine (o al fianco secondo altre versioni) da un cinghiale selvatico e muore fra le braccia di una sconvolta e inconsolabile Venere, che non è riuscita a modificare il triste presagio che la pervadeva . Disperata per la perdita la dea invoca che dal sangue di Adone si generi un fiore che lo ricordi per sempre e che porterà a lungo affisso nel suo delicato petto, l’anemone.                                        
Il mito originario dice che l’attacco del cinghiale sia stato frutto della vendetta di Ares, l’amante tradito e offeso di Venere.                                                                                   
Ovidio nel Libro Decimo delle ‘Metamorfosi’ giustifica l’innamoramento di Venere come frutto della ferita di una freccia di Cupido, infertale per sbaglio mentre si accostava alla madre per baciarla. L’amore di Venere rappresentato da Ovidio è struggente e protettivo mentre Adone è meramente l’oggetto delle sue attenzioni.                                  
Shakespeare nel poema ‘Venere e Adone’ invece ci da una rappresentazione della passione travolgente e bramosa di Venere verso un Adone indifferente e riluttante alle attenzioni della più bella fra le dee, che quasi infantilmente fa invece prevalere la sua  passione per la caccia. La Venere shakespeariana è un’eroina romantica a tutto tondo che soffre per non essere ricambiata e che anela le attenzioni del suo amato con frasi come queste:

“Duro, tenace sei, acciaio, pietra,
più che pietra: la pietra all’acqua cede.
Perché tu, generato da una donna,
non conosci l’amore e i suoi tormenti?
Fosse stata, tua madre, un’insensibile,
sarebbe morta sola, e tu mai nato…
Che idea ti fai di me, che mi disprezzi?
Deturpi le tue labbra, se mi baci?
Parlami, o dolce; ma sii dolce o taci…”
                                               Shakespeare, dal Poema ‘Venere e Adone’


Questo mito così magnificamente richiamato da sublimi poeti viene altrettanto magnificamente rappresentato da geni dell’arte visiva come Canova, Rubens e Tiziano e il rischio della Sindrome di Stendhal si fa sempre più serio…






Auguro a tutti una solare Primavera.

sabato 5 gennaio 2013

Epifania, befane e streghe, tra rituali e racconti di paura

Eccoci dunque quasi arrivati al 6 Gennaio, giornata che segna il termine delle festività natalizie e che a seconda che si segua la tradizione cristiana o pagana - o in molti casi entrambe - va a celebrare ritualità diverse.
Foto promozionale Proloco Morsano al Tagl.to
Cristianamente parlando l'Epifania segna l'arrivo dei Re Magi a Betlemme che portano i loro doni a Gesu' bambino; dal punto di vista pagano invece si rinnovano i rituali legati all'agricoltura perchè siano di buon auspicio per l'anno nuovo. Ad esempio, in Veneto Orientale e in Friuli Venezia Giulia, tra il 5 e il 6 Gennaio si vanno a vedere le 'casere' (o 'foghere') o i 'pignarul', grandi falò con in cima un fantoccio di una 'vecchia' (la strega), e si dice che, in base a dove si diriga il fumo, si può prevedere se il raccolto del nuovo anno sarà buono o meno. L'occasione è coronata da vin brulè caldo, pinza (il tipico dolce della Befana) e fuochi d'artificio.
La Befana poi è molto attesa dai bambini perchè, lontana parente di Babbo Natale e munita di mezzo di locomozione piu' semplice ma ugualmente magico, la scopa volante, porta dolci o carbone a seconda se i bambini sono stati buoni o meno nell'anno appena trascorso.
Ma, anche se buona,  sempre di strega trattasi, per cui per l'occasione ho rispolverato - non la mia scopa e il sacco, ma - un racconto dell'800 di streghe e fantasmi di Elizabeth Gaskell, l'ottima autrice fra gli altri di 'North and South' e 'Cranford', che da qualche tempo si riesce a trovare tradotto in italiano nella raccolta 'Storie di bimbe, di donne, di streghe' edito da Giunti. 

 La storia si intitola 'Il racconto della vecchia balia' e narra le vicende della balia del titolo da giovane che, dovendosi occupare della piccola figlia di un benestante uomo di Chiesa, Miss Rosamond, rimasta orfana di entrambi i genitori, viene trasferita con la bimba presso una antica tenuta in cui  vive una di lei anziana parente. La casa è molto grande e circondata da un fitto e oscuro giardino-bosco con i rami delle grandi querce che sembrano quasi entrare nelle finestre delle due principali sezioni della casa, l'ala ovest e l'ala est, quella che da subito appare come la più misteriosa. Nella hall della sinistra magione spiccano un immenso camino, apparentemente spento da molto e un mastoso organo incastonato nel muro. L'accoglienza non è delle più calorose sia da parte dell'anziana algida padrona di casa, Miss Furnivall, che da parte della sua dama di compagnia, una donna altrettanto anziana e dall'aspetto severo e freddo che lascia ben poco spazio alle confidenze. Così passano i primi giorni delle due nuove inquiline fintanto che una notte la balia si accorge che qualcuno suona l'organo e un bel giorno Rosamond segue in piena tormenta di neve una piccola bambina che la chiama e la invita ad andare presso un grande albero sotto cui si lamenta una bellissima signora. Rosamond viene trovata svenuta e semi assiderata da un pastore e la balia, che non crede ad una parola di quanto raccontato dalla bambina circa gli incontri fatti, dovrà presto ravvedersi perchè vedrà con i suoi stessi occhi i fantasmi di cui la magione sembra infestata. Le cose precipitano e una delle domestiche narra alla balia, che la interroga con insistenza su quelle stranezze, i tristi segreti che nasconde quella casa. Si viene a sapere che l'anziana Miss Furnivall era una bellissima donna che un tempo si era contesa l'amore con la sorella minore, altrettanto bella, per un musicista straniero, portato a casa dal padre dopo la morte della moglie per allietare le sue giornate. Siccome il vedovo e le figlie quanto a carattere erano conosciuti come scontrosi, diffidenti e selvaggiamente passionali si scatenò in casa un dramma vero e proprio che prima vide protagoniste le sorelle che a colpi di schermaglie reciproche cercarono di prevalere l'una sull'altra nella conquista del giovane malcapitato; successivamente l'apparente vittoria della più piccola delle due, che all'insaputa di tutti sposò il musicista dal quale ebbe anche una bimba, si trasformò in sconfitta quando, non potendo rivelare nulla, fu costretta anche ad abbandonare momentaneamente la piccola; da ultima si scatenò la furia del vecchio padre che,  scoprendo i segreti della figlia minore che da ultimo era riuscita a riunirsi con la sua piccola portandola nelle stanze dell'ala est della casa in gran segreto, scacciò in mezzo ad una tormenta di neve entrambe lasciandole morire dal freddo e dalla fame. In più, in quel caso pietoso si venne anche a sapere che la sorella maggiore, ovvero la vecchia Furnivall, non mosse un dito quasi in segno di vendetta verso l'antagonista sorella.
Il racconto termina con la comparsa in contemporanea del fantasma del vecchio, della sorella morta e della sua piccola in una scena di rinnovata violenza  e, colpo di scena, di un quarto fantasma che altro non è che quello della sorella maggiore giovane e bella, che interviene mostrando tutta la sua malvagità davanti alle attonite balia, Rosamond e Miss Furnivall stessa in età avanzata...

Chiudo qui il post epifanico augurando a tutti buona Befana e buon proseguimento di Anno Nuovo