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domenica 1 febbraio 2015

“Brevi monologhi in una sala da ballo di fine Ottocento (i morti)” di Alessandra Paoloni

E’ come entrare in una sala da ballo e partecipare a un girotondo di pensieri di persone vissute quasi un secolo e mezzo fa. E’ come essere spettatori contemporaneamente della maschera, o del ruolo interpretato in quel momento e della più profonda intimità di persone così diverse ma così uguali nella visione disincantata della vita, che non lascia speranza di gioia o riscatto.

Ecco allora si susseguono il poeta, che disprezza i borghesi privi di gusto, la ragazza che realizza come l’imminente matrimonio combinato soffocherà a breve tutti i suoi sogni di libertà, l’innamorato non corrisposto che pensa al suicidio e la padrona di casa, che usa gli uomini a suo piacimento e osserva con sdegno i suoi invitati. E ancora lo scienziato che non contempla mai nei fatti le emozioni o i sentimenti rendendo sterile ogni sua osservazione, e il musicista che rimane come incagliato nella dimensione estetica della sua arte. E in questo rondò linguisticamente raffinato, che richiama le atmosfere del periodo tardo vittoriano, si stagliano gli stati d’animo e i pensieri così attuali di una società che finge di stare, che non si pone genuinamente e che si fa guidare dalle convenzioni e dagli opportunismi in un circolo vizioso di malinconico disprezzo e rassegnazione.

Brava la giovane autrice nella sua opera prima, che compie un esercizio poetico di inaspettato spessore a mio avviso, e che se solo avesse introdotto un elemento o personaggio che avesse aperto alla speranza, avrebbe elevato ancor di più la sua visione esistenziale di quella che possiamo definire la società senza tempo degli esseri umani.

martedì 6 gennaio 2015

La Befana, un pò strega un pò fata..

La Befana,
“..un po' strega un po' fata, generosa e inquietante, ninfa attempata e sibilla decrepita.”* Oggi voglio dedicare a questo magico e un po’ misterioso personaggio, che iconograficamente è la sintesi cristiana di diverse divinità e rituali pagani, un bel libro ricevuto in dono per Natale, “Se chiudo gli occhi” di Simona Spartaco (2014, Giunti Ed.).
Non conoscevo questa autrice italiana e sia il titolo che la copertina del libro non mi avevano particolarmente ispirata appena viste. Ma ricevere in dono un libro lo considero uno dei più bei regali che si possa desiderare e perciò l’ho subito inserito fra le letture natalizie.  E che sorpresa..che viaggio di scoperta e in qualche modo che ‘epifania’ per la giovane protagonista Viola, figlia di un famoso pittore e scultore che, separandosi dalla moglie, condanna per anni la sua amata figlia al dolore dell’abbandono, al senso di colpa per essersi creduta la causa della rottura del matrimonio dei propri genitori e all’insicurezza cronica che la porta a scegliere una vita banale e comune che non le appartiene, solo per cercare di non ripetere gli errori di cui era stata testimone e vittima.
Ma oltre alla storia dell’evolversi del rapporto fra padre e figlia, che colpisce nel modo in cui l’autrice fa magistralmente trasformare i personaggi svelandone a poco a poco le personalità e la profondità dei sentimenti che ne hanno mosso le scelte di vita, quello che mi ha colpita soprattutto è il contesto, l’ambientazione della storia, che dapprima fa da sfondo e poi diventa esso stesso attore primario che muove i fili del racconto.  
Il viaggio che viene narrato infatti porta da Roma ai Monti Sibillini, nelle Marche, attorno ai luoghi della famosa Grotta della Sibilla, da cui la catena montuosa prende il nome, fra i Comuni di Montemonaco, Foce e Rocca dove era nato il famoso artista padre di Viola. Qui l’arte della tessitura, la conoscenza del potere curativo delle erbe e gli strani poteri di cui sono portatrici alcune anziane donne di quei luoghi, riportano all’antico mito della regina Sibilla e delle fate dai piedi caprini, sue ancelle. Diverse sono le variazioni del mito originario richiamate sia da Antoine de la Sale che da Andrea da Barberino nel XV secolo, versioni entrambe non molto lusinghiere sugli effetti di queste streghe/fate sugli uomini, ma è la tradizione popolare locale che viene richiamata in questo libro.
I poteri della Sibilla infatti, fata buona, veggente e incantatrice, ma non perfida o demoniaca, sembrano tramandarsi geneticamente in alcune donne di questi luoghi, e fra queste Viola, che si troverà portatrice della capacità di viaggiare con la mente e di ritrovarsi con le anime delle persone care, che da sempre la aspettano, ‘..in quel punto dell’orizzonte dove non c’è più distinzione fra cielo e campi’. Sarà infatti la consapevolezza piena delle proprie origini che permetterà a Viola di riscoprire i colori della vita nella loro forma più vivida e di cancellare le sfumature di grigio che hanno rischiato di renderla cieca al senso più profondo del suo essere. Quello stesso potere la riconcilierà con l’amato padre, le darà la forza di ricominciare, ricongiungendosi anche fisicamente alla sua terra natia.
Un bel romanzo che permette di immedesimarsi nella magia di questi luoghi al punto di voler quasi potersi sentire un pò fata e un pò sibilla, almeno per una volta.. 
Buona Epifania!
 *da un articolo di M. Niola, La Repubblica 02/01/15

domenica 29 giugno 2014

Sensazioni contrastanti: 'Per dieci minuti' di Chiara Gamberale

Chiara Gamberale è una scrittrice che mi piace. Ha un modo di scrivere introspettivo ma semplice, veloce ma non superficiale, moderno ma che tratta tematiche senza tempo. Il suo ultimo libro 'Per dieci minuti' (Ed. Feltrinelli 2013) mi è piaciuto ma non troppo.
La trama si svolge nell'arco di un mese in cui la protagonista, Chiara, lacerata dall'abbandono improvviso del marito avvenuto diversi mesi prima, segue il consiglio della sua terapeuta che la invita per un mese appunto, per 10 minuti al giorno, a fare una cosa che non aveva mai fatto. E così, dal dipingersi le unghie di un fucsia improbabile a camminare all'indietro in mezzo alla gente, a cucinare dei pancakes, lei che non sapeva nemmeno bollire un uovo, esegue il compito e si ritrova a provare prima e a prendere confidenza poi con quel cambiamento che tanto spaventa e che difficilmente si crede di poter affrontare. Perchè cambiare è faticoso, cambiare crea quell'incognita che ci mette subito di fronte alla consapevolezza che molto uscirà fuori dal nostro controllo; perchè cambiare chiede dispendio di energie e se possibile l'uomo in genere preferisce vivere in modalità 'risparmio'. Così quella Chiara, che non è la scrittrice ma in parte lo è, fa queste piccole cose nuove, ogni giorno, e scopre piano piano che si può sopravvivere al cambiamento e che magari si prova gusto e piacere a fare delle cose che mai si avrebbe pensato di fare.

Bello quindi il libro e interessante lo spunto dei '10 minuti' che l'autrice dice di aver sperimentato in prima persona per affrontare il cambiamento. Un produttore poi ha pensato bene anche di crearne un format, mi pare trasmesso da RAI 2, una specie di gioco-reality dove dei perfetti sconosciuti dovevano appunto fare qualcosa di assolutamente mai provato per 10 minuti... sinceramente non l'ho mai visto e ne ho poco sentito parlare, per cui circa il successo del programma ho seri dubbi..Il libro non mi è invece piaciuto perchè nonostante quanto su detto, mi ha lasciato un retrogusto amaro dovuto alla drammatica ostentazione di un lutto da superare trascinato lungo tutto il libro che mi è sembrato poco realistico. Sarà che il processo che porta al superamento di una separazione difficilmente si risolve con un gioco di un mese, per quanta consapevolezza si possa raggiungere in quel periodo. Sarà che l'immagine di quel lui, per quanto concausa del naufragio del matrimonio, ne esce davvero miseramente male. So bene che è finzione, al netto della parte autobiografica, ma questa sensazione che mi ha lasciato la lettura è la parte che non mi è piaciuta. Sensazioni contrastanti quindi, ma degne comunque di una lettura che, per chi ama il genere, consiglio. Adesso vado a fare per 10 minuti una cosa mai fatta...suggerimenti? ^_^


sabato 10 maggio 2014

'Il risveglio della signorina Prim' di Natalia Sanmartin Fenollera, un viaggio per scoprire la bellezza

L'altro giorno pioveva e faceva freddino, avevo la pressione bassa, ero stanca e sonnolenta e non avevo voglia di vedere nessuno. Il dovere mi imponeva comunque di uscire di casa per comprare il regalo per il compleanno del mio piccolino che avremmo festeggiato due giorni dopo. Quasi in trans ho raggiunto il Centro Commerciale e, fatta la commissione prevista, mi sono diretta nella zona libri come di consuetudine.
Saltate le aree di non interesse, mi sono fermata davanti alla sezione romanzi e ho cominciato a scandagliare titoli, autori, recensioni. Non mi ci è voluto molto per farmi attirare da un titolo e da una copertina con disegni per me rassicuranti e familiari. Per chi non mi conoscesse da molto, come già scritto qui, quando ho impellente bisogno di un libro, la mia scelta è guidata dall'istinto (o meglio 'dalla pancia') e i discutibili criteri a cui mi affido sono il colore della copertina, la lunghezza del libro (meglio se breve) e il titolo. Dopo neanche un quarto d'ora dunque mi trovavo sul divano di casa con la coperta di pile sulle gambe e un caldo te a portata di mano (...si, ahimè, in pieno Maggio..) a cominciare a sfogliare le pagine di 'Il risveglio della signorina Prim' di Natalia Sanmartin Fenollera. E che rivelazione! Non sono riuscita a staccarmi da questo romanzo finchè non l'ho completato, rinunciando a qualche ora di sonno e anche ai pochi momenti che dovrei dedicare alla tesina che devo consegnare a brevissimo. Ma non importa..sono ancora pervasa dall'effetto che ha avuto su di me, forse perchè in parte mi ci sono riconosciuta nelle scelte della Signorina Prim, in questo particolare momento della mia vita, e ho avuto delle sorprendenti conferme. In breve il romanzo parla di questa ragazza trentenne che decide di dare un taglio netto alla vita frenetica, 'senza aria' e spesso tacciata delle peggiori meschinità, tipica della donna in carriera, che cerca di far valere le sue capacità, le sue ottime conoscenze accademiche e la sua personalità in un mondo che è intorpidito, che non vede più le cose, le persone e la loro bellezza. La signorina Prim, licenziatasi, decide quindi di accettare un lavoro da bibliotecaria in un piccolo paesino sperduto alle dipendenze di un 'gentiluomo', così come richiedeva l'annuncio, con la sensazione che quella dimensione d'altri tempi avrebbe fatto al caso suo.
Arrivata nel paesino, non senza difficoltà comincia a conoscere e ad apprezzare gli abitanti e gli usi semplici e tradizionali di quella che a tutti gli effetti era una colonia, un'oasi indipendente dalla frenesia della vita moderna, popolata da personaggi curiosi, intriganti e dotati di straordinaria cultura e profondità di pensiero. Fra tutti questi spicca il suo datore di lavoro, 'l'uomo dello scranno', un uomo affascinante di elevata cultura classica (con un vago richiamo al magnifico Darcy austeniano), fondatore di quella comunità in cui i bambini vengono educati secondo modalità al di fuori di ogni regola accademica e secondo i principi e i testi degli antichi sapienti e filosofi. Le pagine scorrono e il viaggio della signorina Prim si fa sempre più profondo e complesso, perchè le sue certezze, i suoi meccanismi di difesa e i blocchi che la scuola, la società e la famiglia le hanno impresso vengono a poco a poco scardinati uno alla volta. Il suo viaggio, che passa attraverso una vera e propria crisi di autogoverno, si completerà con il risveglio o l'acquisizione di quella consapevolezza che le farà finalmente vedere la semplicità, la bellezza delle cose e delle persone e non ultimo le farà trovare l'amore per cui vale davvero la pena di vivere. L'autrice da spessore al romanzo grazie alle riflessioni, condivisibili o meno, sul sistema scolastico, la religione e la trascendenza, il femminismo e i molti riferimenti e citazioni ad opere ed autori classici che infarciscono le schermaglie dialettiche fra la bibliotecaria e il suo datore di lavoro e non solo.

La stessa autrice alleggerisce poi i toni descrivendo con singolarità e simpatia i personaggi stravaganti del piccolo paesino e le prelibatezze proposte nelle molteplici merende a cui la protagonista è sistematicamente invitata a partecipare. Bello questo romanzo, delicato e femminile, lo consiglio vivamente a chi ha bisogno di un rifugio in un momento di incertezza e di tristezza; lo consiglio a chi ha bisogno di realizzare che in certi momenti della vita bisogna avere il coraggio di cambiare e che la ricerca in se stessi o di se stessi può solo fare un gran bene e far vivere al meglio.  

lunedì 2 dicembre 2013

‘Romanzo rosa’ di Stefania Bertola, il genere Melody e i corsi di formazione




E’ da quasi un mese che non riesco a scrivere una riga nel mio blog, un mese intenso per le decisioni prese e le conseguenze da gestire in ambito professionale, che non mi hanno dato tregua nelle ultime settimane, sia a livello emotivo che pratico: ho lasciato il lavoro dopo 13 anni nello stesso posto e ora sto valutando cosa
voglio fare da qui in avanti. Tempismo perfetto, direbbe qualcuno visto il momento, e il bello è che non sto cercando di fare una cosa simile da qualche altra parte, ma sto valutando cosa davvero voglio fare per non ricadere nel loop senza via d’uscita di prima. Ma sono ottimista nonostante tutto e convinta che qualcosa di buono salterà fuori! Quindi, adesso che è Dicembre, mese di festa e di messa a punto dei buoni propositi per l’anno nuovo (questo per me più che mai) voglio riprendere ad alimentare queste ‘pagine’ con la giusta frequenza (ecco il primo proposito!). Come sa chi mi segue da un pò, quando vado sotto stress e il poco tempo si riduce al massimo per film, letture e riflessioni e ho quindi bisogno a tutti i costi di una lettura che mi aiuti a traguardare il momento, applico la tecnica della ‘scelta a pancia’ di cui ho già accennato in quest'altro post. La copertina della scelta fatta la settimana scorsa anche questa volta buttava sul rosa, con tocchi però di bordeaux, le pagine andavano un po’ oltre le 150, questo ne ha 200 tonde ma va bene lo stesso, e il titolo era perfetto: ‘Romanzo rosa’. Stefania Bertola è l’autrice, una scrittrice torinese di cui non avevo mai sentito parlare e di cui non avevo ancora letto nulla, ma devo dire che con questo romanzo (del 2012 Ed. Einaudi) mi ha davvero risollevato non solo l’umore ma fatto passare momenti piacevoli e divertenti che consiglio a chiunque abbi bisogno di un non banale sollievo. Il titolo sa tanto di ‘Harmony’ ed infatti parla di questo genere ma senza esserlo, o meglio si’ in parte lo è ma come caricatura che alla fine volge ad altro. La scelta della trama è geniale e davvero simpatica, poichè senza uscire dalla routinaria e scialba quotidianità della protagonista, ne descrive una settimana sola di vita particolarissima che apre una parentesi ricca di  aneddoti, personaggi e colpi di scena inaspettati. Entrando nel vivo del romanzo – quindi da qui attenzione spoiler – l’autrice racconta di Olimpia una bibliotecaria di 58 anni, che vive sola con due gatti a farle compagnia, in una minuscola casetta con mini giardino, tirando avanti modestamente per far quadrare i conti e che ha come unici svaghi le visite delle nipoti ormai grandicelle e nel pieno dei conflitti amorosi e, di
domenica, le visite della vicina di casa per qualche partita a canasta. Niente di più ordinario senonché Olimpia decide di iscriversi ad un corso di formazione della durata di 8 giorni presso il Circolo dei Lettori che insegna a scrivere un romanzo in soli 8 giorni appunto! Il genere è quello definito dei ‘Melody’, per me da sempre ‘Harmony’, le cui collane infinite da sempre fanno sognare un tipo di pubblico femminile che vuole storie semplici, non d’autore, dove lui è l’uomo dei sogni, lei l’eroina che vince sempre e con la degna conclusione di un bel matrimonio  perfetto a coronamento del tutto. La cosa geniale di questo libro è che a chi legge sembra di frequentare davvero il corso, perché si trova descritte le dispense distribuite da un’eccentrica docente/famosa autrice di Melody, dove viene spiegato come si deve scegliere il genere (l’hot fire, il melody poliziesco, il melody history o l’ECS  alias ‘esperienze e creature sovrannaturali’, etc), il tipo di situazione base (tre in tutto), il nome dei protagonisti, piuttosto che le ambientazioni o i personaggi di contorno. Ogni capitolo quindi si apre con la dispensa con le istruzioni generali ma anche particolari di come si deve procedere capitolo dopo capitolo del libro da creare, fino alla conclusione assolutamente necessaria per il genere, della dichiarazione d’amore con richiesta della mano da parte di lui. Ma la cosa ancora più divertente è che in questo romanzo vengono riportati gli sforzi letterari di Olimpia, i diversi capitoli scritti ogni sera per l’indomani,  con i commenti e le sonore bacchettate che la tremenda Forneris (la docente tutta tacchetti, braccialetti e golf di angora rosa) rivolge a lei e agli altri partecipanti al corso. In più Olimpia, oltre che essere attiva nella sua impresa di diventare scrittrice, è anche spettatrice delle storie che nascono fra gli allievi del corso e in qualche caso anche confidente e dispensatrice di saggi consigli. Non descrivo la conclusione perché davvero ne consiglio la lettura, che
in due giorni al massimo è completabile senza problemi. Voglio però sottolineare come sia stata brava questa autrice a lavorare su diversi metapiani senza creare confusione e descrizioni inutili ma cogliendo con grande ironia sia l’essenza del genere Melody, spesso disprezzato eppure sempre attualissimo, e della quotidianità semplice e fatta di sacrifici delle persone comuni, che dedicandosi una parentesi per sé (il corso in questo caso) riescono a scoprire nuove opportunità o a fare nuove conoscenze che cambieranno le loro vite. A questo punto, penso che comincerò a cercarmi un bel corso di formazione e magari come Olimpia scoprirò un talento inespresso che mi farà chiarezza sul cosa voglio fare davvero da qui in avanti, chissà..

domenica 6 ottobre 2013

Mr Darcy, i cupcakes e le scelte della vita



Quest’estate fra le letture che sono riuscita a fare c’è stata quella di un romanzo che avevo scelto sia perché non sembrava troppo impegnativo sia perché aveva un riferimento ai carissimi romanzi di zia Jane, ‘Un cupcake con Mr Darcy’ di Giovanna Fletcher.
Ad essere sincera non avevo grandi aspettative, ma ho dovuto presto ricredermi. – Attenzione Spoiler - Il romanzo si svolge ai giorni nostri e parla di una ragazza inglese quasi trentenne, Sophie, che lavora in una tearoom di un paesino della campagna inglese. Grazie a questo lavoro che adora e a Molly, la titolare del negozio nonché sua migliore amica nonostante la differenza di età, Sophie è riuscita a trovare quell’equilibrio che le permette di non far riaffiorare la tragedia della morte del padre avvenuta quando era una ragazzina egocentrica e viziata. A seguito del fatto che la produzione che aveva deciso di girare una serie TV sul più famoso romanzo di Jane Austem ‘Orgoglio e Pregiudizio’, stava girando alcune scene proprio in quel paesino inglese, Sophie conosce casualmente Billy, uno degli attori più affascinanti e conosciuti del momento e fra i due scoppia una storia d’amore travolgente. Billy non poteva che interpretare la parte di Mr Darcy e, nonostante i gossip che lo rappresentavano come uno sciupafemmine, in realtà si rivela un bravo ragazzo molto legato alla famiglia e dai sani principi. Sophie decide d’un tratto di cambiare tutto nella sua vita: va a vivere a Londra a casa di Billy, lascia il lavoro tanto amato, frequenta gli ambienti del cinema, sfila sul red carpet e partecipa a party dove incontra niente meno che Jude Law. Ma ben presto si ritrova più sola che mai nonostante sia con l’uomo che ama: è lontana dalla madre e dalla sua cara amica, dalle sicurezze che si era creata nel tempo e tutte le sue fragilità e sensi di colpa riaffiorano.
Così, anche a seguito della gelosia insinuata da malelingue invidiose, Sophie decide di lasciare Billy e di tornare a casa dopo un rocambolesco pedinamento dei paparazzi che svelano la tragedia della morte accidentale del padre. A peggiorare il tutto si aggiunge la notizia che alla sua cara amica Molly restano pochi giorni di vita a causa di un cattivo male e riesce a stento a darle l’ultimo saluto. Ma a volte le svolte, i grandi cambiamenti possono aprire anche delle porte inaspettate ed ecco che Molly le lascia in eredità  la tearoom, che Billy sceglie di starle accanto scendendo a compromessi con il suo lavoro di attore e Sophie dunque non solo ritrova una nuova sé più matura ed equilibrata ma anche realizzata negli affetti e nel lavoro.
Il libro è delicato, non volgare e non trascende nel patetico, nonostante le tragedie di cui narra, e in una lettura semplice e fluida dà risalto a due stili di vita completamente opposti, quello patinato delle star e quello quotidiano di un paesino di provincia con i suoi rituali. Quello che mi è particolarmente piaciuto di questo libro è che sottolinea che a volte prendere delle decisioni di ‘rottura’ può essere faticoso e inizialmente può anche non essere sempre positivo. Nonostante ciò se nella vita ogni tanto non si ha il coraggio (o l’incoscienza) di fare
delle scelte forti non si potrà mai sapere se la vita ha ancora in serbo delle sorprese positive. Nella mia vita ho fatto almeno una di queste scelte e forse a breve ne farò un’altra, ma sempre con la convinzione che non è fermandosi o lasciandosi trascinare dagli eventi che si potrà migliorare o scoprire cos’altro ci attende. Non essendo poi del tutto fatalista, credo anche che ci voglia anche un certo impegno affinchè qualcosa di buono si avveri, e quindi bisogna trovare sempre il modo di tirar fuori quell’energia che a volte sembra spegnersi.

lunedì 20 maggio 2013

Testa o Cuore: associazioni fra Jane Austen e Chiara Gamberale



Aprile è stato un mese difficile, troppo complicato per riuscire a dedicare più di qualche ora e mettere per iscritto i pensieri che mi passano per la testa su un libro letto o un film visto..e Maggio si è aperto e prosegue ancora peggio, se possibile! Oggi è il 20 e ancora non sono riuscita a postare nulla…= aspetto negativo. Sono invece riuscita a concludere -finalmente- un libro che avevo sul comodino da tempo, ‘il Diario del Capitano Wentworth’, dopo una serie di letture a singhiozzo impostemi = aspetto positivo. Negli ultimi giorni poi, nei ritagli minimi di tempo e grazie ad un prestito casuale, sono riuscita a fare anche una lettura che poco ha a che fare con il periodo da me amato e qui spesso descritto, l’’800, ma che mi ha coinvolta e fatta riflettere su possibili (e forse un po’ strampalate) connessioni con i romanzi da me preferiti, con -ancora una volta - particolar riferimento a quelli di zia Jane = aspetto super positivo.

Il libro in questione è ‘Quattro etti d’amore, grazie’, di Chiara Gamberale, pubblicato a Marzo di quest’anno da Mondadori, che parla di due tipe, Tea ed Erica, la prima attrice un po’ stravagante e la seconda giovane donna tutta dedita a figli, casa-marito e lavoro (in quest’ordine preciso), che poco paiono avere in comune ma che alla fine sono travolte dallo stesso sentimento di disagio scaturito dal tipo di vita scelto, che le fa ad un certo punto rigurgitare quell’ ‘If I  was’ o ‘If I had chosed’ che a mio modesto avviso capita prima o poi, e più o meno, a tutte/i.

Lettura interessante, per me strategicamente veloce (circa un giorno), leggera ma non superficiale; modernissima per le scene di vita descritte, come ad esempio l’ossessione per il social network come via di fuga dal quotidiano, e contemporaneamente senza età per alcuni temi portanti trattati, l’amore, la famiglia, il bisogno di ritrovarsi e di dare un senso alla propria dimensione femminile.

Difficile non identificarsi in una delle due protagoniste, se non del tutto almeno in parte, in alcuni casi anche con entrambe, magari a seconda della stagione della propria vita che si vuole prendere in considerazione. Ma quello da cui è partito a un certo punto lo spunto per trovare associazioni semi-serie o semi-sensate con i romanzi da me in genere prediletti, è il titolo della serie TV/Soap di cui Tea, l’attrice appunto, è stata per 3 anni protagonista: ‘Testa o Cuore’. In sintesi, la serie TV consisteva nel rappresentare le medesime vicende di una coppia senza nome, Lei e Lui, dal punto di vista o del Cuore o della Testa, ed è inutile dire che gli esiti di queste cambiavano profondamente a seconda della strada intrapresa. Interessante confronto, non c’è che dire!

Testa o Cuore sono le due possibilità che sembra avere l’essere umano per determinare le proprie azioni, analizzando, vagliando scelte e comportamenti dettati da puro ragionamento o lasciandosi trasportare dal sentimento e dalla scarsa razionalità di chi decide ‘di pancia’ o ‘di cuore’ appunto. Ma in realtà le due dimensioni non sono così distinte e alla fine il loro inevitabile compenetrarsi stravolge le prospettive di scelte che per lungo tempo possono sembrare inconfutabili.

E bene lo sapeva anche Jane Austen quando ha creato le sue eroine più famose.     
Elinor e Marianne Dashwood in ‘Ragione e Sentimento’, sono Testa e Cuore per due terzi del romanzo: alla fine alla razionalissima Elinor strabocca il Cuore d’amore per il mite pastore Edward mentre la passionale Marianne riesce a domare il suo con una Ratio /Testa conquistata a seguito delle pene d’amore sofferte per lo scapestrato Willoughby.
Ma anche Elizabeth Bennet in ‘Orgoglio e Pregiudizio’ per metà romanzo osserva i fatti e i giovani personaggi che le ruotano attorno con la Testa: li analizza, li sminuzza e interpreta perdendo di vista quanto di più impalpabile e pervadente si stava generando dentro e fuori di lei, il sentimento per il suo odiato/amato Mr. Darcy.

Vite realmente vissute o inventate da scrittrici più o meno famose, sembrano svilupparsi in un continuo tira e molla di queste due dimensioni, Testa e Cuore, facce opposte della medesima medaglia.