sabato 15 agosto 2015

Trieste e Corfù, mete di viaggio e luoghi ricchi di significato per Sissi l’Imperatrice

Miramare per Sissi aveva un significato profondo, era la meta marittima più vicina che le permetteva di allontanarsi dalla corte di Vienna, a lei così stretta, e in cui, oltre che trovare ristoro al corpo e allo spirito nei momenti più difficili della sua travagliata vita,  poteva organizzare le ulteriori tappe dei suoi anelati viaggi.




Corfù, isola meravigliosa della Grecia, era stata scelta da Sissi come rifugio per allontanarsi dalle profonde e mai rimarginate ferite delle morti dell’amatissimo figlio e della sorella, così drammatiche e così vicine. L’Achilleion, il bellissimo palazzo che fece costruire per i suoi pochi ma intensi soggiorni, fu dedicato ad Achille in memoria del figlio Rodolfo di cui voleva celebrare la giovinezza, la forza e la bellezza.






E grazie a quest’isola, di cui si racconta che fu l’ultima meta di Ulisse prima di tornare a Itaca grazie all’ospitalità di Alcinoo e dei suoi Feaci, Sissi poteva ammirare ed entrare in contatto con la storia, i paesaggi e la dimensione della cultura greca da lei tanto amata.

Passeggiando ed ammirando questi posti, cercando di immergersi nei paesaggi e nella formidabile natura che li caratterizzano, sembra che il tempo si annulli e che le sensazioni di ieri e di oggi possano fondersi e ritrovarsi.


Buon Ferragosto a tutti!

domenica 15 marzo 2015

‘Outlander’ ed il perché la saga di Claire Beauchamp rischia di travolgerti e di riportarti nel giro di pochi mesi a riconquistare l’equilibrio perduto.

Sono diverse le letture che mi hanno tenuto compagnia nell’ultimo periodo, e di cui ogni volta ero pronta a scrivere una riflessione per condividere la piacevolezza o le perplessità che ne erano conseguite;
ma ogni volta passando da un libro all’altro, come spesso mi succede, dovendo scegliere se dedicare due ore alla lettura o allo scrivere propendo inevitabilmente per la prima soluzione e, senza accorgermi quasi, mi trovo a constatare che è passato più di un mese dall’ultimo post pubblicato. Ma c’è un’altra ragione che mi ha fatto allungare (o sospendere?) il tempo per dedicarmi adeguatamente al mio blog, ovvero l’incontro casuale con una serie TV appena partita e la scoperta della relativa saga scritta da Diana Gabaldon meglio nota al pubblico come ‘Outlander’. Sono piuttosto selettiva in merito alle serie TV sebbene mi piacerebbe seguirne molte e la selettività deriva dal poco tempo a disposizione per dedicarmici con costanza, per cui, un po’ come succede con i libri, cerco di decidere da alcuni elementi se fanno al caso mio e poi, come in questo caso o come in quello di Downtown Abbey, ne vengo completamente travolta. Gli elementi che mi hanno fatto scegliere negli ultimi dieci giorni di attendere con ansia la prima TV della 1° puntata di
Outlander su Sky e poi di recuperare in velocità l’intera prima serie e di guardarmela in una notte e mezza, nonchè di leggermi anche il primo libro sono stati i seguenti:
  - il periodo storico interessato: partenza nel 1945 e proseguio in quasi due secoli prima, nel 1743.
   -  l’insolito triangolo d’amore, fra Claire, la protagonista, Frank, il marito del ventesimo secolo appena ritrovato dopo una lunga separazione dovuta alla Seconda Grande Guerra e il giovane Higlhlander Jamie, anch’egli marito nel giro di poco più di un mese dal primo rocambolesco incontro con la nostra eroina;
-       L’impossibilità di incontro fra i due pretendenti ma soprattutto l’amore vero, profondo ma così diverso per i due uomini che finalmente mette in discussione il concetto di anima gemella o il mito platoniano delle due metà.
-       La Scozia, i suoi paesaggi, la sua affascinante e misteriosa cultura e i miti e le tradizioni popolari pregne di culti e magie che ci portano in questa saga ad indagare ancora sul mistero dei complessi megalitici tipo Stonehenge, qui chiamato Craig na Dun.
-       Gli interpreti della serie TV prodotta da Starz, primo fra tutti il ritrovato cugino William Walter Elliot di Anne Elliot di ‘Persuasion’, mio personaggio preferito delle opere Austeniane: l’attore londinese Tobias Menzies, anche qui colto ed educato gentiluomo dalle inaspettate sfumature da una parte e dalla straordinaria capacità di tirar fuori un lato così nero, inquietante e crudele da renderne fastidiosa quasi la visione (n.b. interpreta due personaggi imparentati genealogicamente ma che hanno vissuto in due epoche diverse).
Sam Heughan, scozzese verace, bellissimo, passionale, perfetto per quella parte. E infine Catriona Balfe, attrice e modella irlandese che all’inizio si fatica un po’ a decidere se sia il personaggio giusto per interpretare la determinata e intensa Claire, ma man mano che si procede nella visione, si conferma essere a mio avviso una scelta perfetta. Davvero bravissimi e con loro aggiungerei Graham Mc Tavish, di hobbittiana memoria, che interpreta Dougal il nobile zio materno di Jamie, che non riesce del tutto a nascondere sentimenti contrastanti verso Claire, la straniera.
Romanticismo, fantascienza, storia ed avventure epiche si condensano in questo racconto laddove la duplice storia d’amore è dovuta ad un viaggio temporale che porta Claire due secoli prima dopo aver toccato le pietre di Craig na dun; e le avventure e/o disavventure della stessa si collocano nel periodo degli scontri giacobiti dove gli scozzesi ribelli tentano invano di sostenere il ritorno degli Stuart al trono soccombendo in modo tragico all’allora esercito più potente del mondo, quello inglese.

Potrei stare qui a lungo a parlare di come sia impossibile non innamorarsi di Jamie, giovane guerriero bellissimo, valoroso e romantico, ma anche fedele alla sua famiglia e alle sue tradizioni tanto da pretendere che il matrimonio combinato avesse comunque tutti i riguardi e le attenzioni di una cerimonia sacra. Potrei altrettanto stare a lungo a parlare di Frank, professore di Oxford e studioso appassionato di culture antiche che alimenta la mente curiosa ed intelligente di Claire aiutandola anche ad orientare i suoi interessi al termine della Grande Guerra e rinnovandole il suo amore che, sebbene mutato dagli eventi, è reale e solido. E di Claire stessa in cui molte vorrebbero riconoscersi per l’audacia, il coraggio e l’intelligenza ma anche per la raffinatezza e delicatezza che non necessariamente devono venire meno in una donna che incarna il concetto di modernità, autonomia e libertà di pensiero.

Penso che dire che la saga e la serie TV mi sia piaciuta sia superfluo, che i personaggi mi siano entrati dentro altrettanto, ma quello che davvero non sopporto delle serie TV è che è tremendamente irritante per me attendere la produzione della seconda stagione! Meno male che a spegnere questo fuoco ci sono gli altri libri della saga (almeno altri 7!) che, come spesso succede, potrebbero ridimensionare irrimediabilmente il tutto nel giro di pochi mesi e riportarmi finalmente in quella dimensione da dove sono stata ‘portata via’ da questo incontro letterario.

domenica 1 febbraio 2015

“Brevi monologhi in una sala da ballo di fine Ottocento (i morti)” di Alessandra Paoloni

E’ come entrare in una sala da ballo e partecipare a un girotondo di pensieri di persone vissute quasi un secolo e mezzo fa. E’ come essere spettatori contemporaneamente della maschera, o del ruolo interpretato in quel momento e della più profonda intimità di persone così diverse ma così uguali nella visione disincantata della vita, che non lascia speranza di gioia o riscatto.

Ecco allora si susseguono il poeta, che disprezza i borghesi privi di gusto, la ragazza che realizza come l’imminente matrimonio combinato soffocherà a breve tutti i suoi sogni di libertà, l’innamorato non corrisposto che pensa al suicidio e la padrona di casa, che usa gli uomini a suo piacimento e osserva con sdegno i suoi invitati. E ancora lo scienziato che non contempla mai nei fatti le emozioni o i sentimenti rendendo sterile ogni sua osservazione, e il musicista che rimane come incagliato nella dimensione estetica della sua arte. E in questo rondò linguisticamente raffinato, che richiama le atmosfere del periodo tardo vittoriano, si stagliano gli stati d’animo e i pensieri così attuali di una società che finge di stare, che non si pone genuinamente e che si fa guidare dalle convenzioni e dagli opportunismi in un circolo vizioso di malinconico disprezzo e rassegnazione.

Brava la giovane autrice nella sua opera prima, che compie un esercizio poetico di inaspettato spessore a mio avviso, e che se solo avesse introdotto un elemento o personaggio che avesse aperto alla speranza, avrebbe elevato ancor di più la sua visione esistenziale di quella che possiamo definire la società senza tempo degli esseri umani.

domenica 25 gennaio 2015

Beatrix Potter, Pamela L. Travers e le divinità archetipiche femminili

Le riflessioni riportate nel mio post di oggi hanno origine dalle associazioni mentali che stimoli ed eventi degli ultimi giorni mi hanno suscitato: un film, due personaggi femminili vissuti tra fine Ottocento e Novecento e un convegno sull’ “Assertività nelle differenze di genere” tenuto da una mia collega e cara amica.
Ho perso il conto di quante volte ho visto ormai il film ‘Miss Potter’ (2006) di Chris Noonan con una Renee Zellweger brava, anche se con qualche caduta in smorfie e atteggiamenti già visti in altre situazioni, e un sempre credibile Ewan McGregor. E’ un film che parla della vita di Beatrix Potter, famosa illustratrice e scrittrice inglese vissuta nel tardo periodo vittoriano, famosa per i suoi libri per bambini in cui magici conigli, anatre e animali di campagna popolavano storie immaginarie. Il film è una bella sintesi dell’espressione artistica di una donna benestante che, sebbene libera da bambina di poter esplorare la natura in modo anticonvenzionale e con l’esclusiva compagnia del fratello, è stata poi costretta per le rigide regole e i modelli femminili del tempo a rinunciare agli studi e ad occuparsi della casa per lungo tempo. E’ la storia di una donna dalla fervida immaginazione, che ha colmato con i suoi dolcissimi personaggi l’assenza delle amorevoli cure della madre e della compagnia degli amici che l’infanzia di norma richiederebbe. E’ infine la storia di una donna che è riuscita nel tempo a riscattarsi, diventando autonoma grazie alle cospicue entrate derivate dalla vendita delle sue opere e che, sebbene la storia con il suo editore non sia finita bene, ha perseguito l’amore quello vero, quello che la società e la sua famiglia non riteneva adatto e all’altezza della sua posizione.

E mentre finivo di godermi questo film, per associazione mi è venuta in mente Pamela L. Travers, l’autrice di Mary Poppins, artista complessa anglo-australiana di inizio Novecento magnificamente interpretata da Emma Thompson in ‘Saving Mr Banks’ (2013) di J. Lee Hancock. L’associazione deriva dal fatto che anche in questo caso il genio artistico si è manifestato per un’esigenza personale, uno stato di disagio o malessere tanto più evidente per Pamela che per Beatrix, dal momento che si è venuto a sapere che poco meno che adolescente, scrisse questa storia per consolare se stessa e i suoi fratellini dalla triste evidenza dello stato depressivo della madre e dal dramma dell’alcolismo di un padre fallito a cui era profondamente attaccata. Associazione dovuta anche al fatto che, sebbene in modo diverso dalla Potter, Pamela ha saputo riscattarsi da un’infanzia difficile, trasferendosi in Inghilterra, lavorando per mantenersi e prendendo decisioni che la società non riteneva proprie delle donne, quale quella di adottare un figlio da single.
E in ultimo ieri sera, mentre partecipavo ad un ciclo di incontri sul tema dell’assertività e, nello specifico, all'esposizione di ciò che distingue il genere femminile e maschile e di come in realtà entrambi siano presenti in ognuno di noi determinando in modo diverso il nostro stile comunicativo, ecco l’ultima associazione. Mentre la relatrice parlava di come gli archetipi, che, come Jung insegna, sono i modelli di comportamento istintuale che popolano l’inconscio collettivo, siano i responsabili dei diversi comportamenti che distinguono le donne fra di loro, e di come diverse dee agiscano in noi e cerchino di emergere ed affermarsi, ho cercato di focalizzare quali divinità archetipiche abbiano prevalso in Beatrix e Pamela. Nello specifico mi sono fatta l’idea che due dee in particolare in entrambe le scrittrici abbiamo lottato per predominare e determinare le loro personalità e i loro comportamenti, non senza generare conflitto interiore e momenti di confusione: Artemide e Persefone. La prima infatti, è la dea esploratrice e determinata, che basta a se stessa e rappresenta l’archetipo della libertà di espressione ma anche di stile di vita, molto orientata a raggiungere il suo obiettivo a discapito della sfera emotiva, dell’amare e prendersi cura degli altri.
La dea Persefone invece, che rappresenta la dualità della ‘Kore’, o dea fanciulla dipendente, e della signora degli Inferi, dea matura e guida delle anime perse, rappresenta l’archetipo della donna fragile, dipendente e bisognosa della protezione altrui che però, se riesce ad esplorare gli strati più profondi del proprio sé, giunge poi ad essere donna consapevole e recettiva ai cambiamenti.

Ecco spiegato dunque cosa ho trovato in comune fra Beatrix Potter, Pamela D. Travers e l’espressione delle divinità archetipiche attraverso le associazioni mentali..

martedì 6 gennaio 2015

La Befana, un pò strega un pò fata..

La Befana,
“..un po' strega un po' fata, generosa e inquietante, ninfa attempata e sibilla decrepita.”* Oggi voglio dedicare a questo magico e un po’ misterioso personaggio, che iconograficamente è la sintesi cristiana di diverse divinità e rituali pagani, un bel libro ricevuto in dono per Natale, “Se chiudo gli occhi” di Simona Spartaco (2014, Giunti Ed.).
Non conoscevo questa autrice italiana e sia il titolo che la copertina del libro non mi avevano particolarmente ispirata appena viste. Ma ricevere in dono un libro lo considero uno dei più bei regali che si possa desiderare e perciò l’ho subito inserito fra le letture natalizie.  E che sorpresa..che viaggio di scoperta e in qualche modo che ‘epifania’ per la giovane protagonista Viola, figlia di un famoso pittore e scultore che, separandosi dalla moglie, condanna per anni la sua amata figlia al dolore dell’abbandono, al senso di colpa per essersi creduta la causa della rottura del matrimonio dei propri genitori e all’insicurezza cronica che la porta a scegliere una vita banale e comune che non le appartiene, solo per cercare di non ripetere gli errori di cui era stata testimone e vittima.
Ma oltre alla storia dell’evolversi del rapporto fra padre e figlia, che colpisce nel modo in cui l’autrice fa magistralmente trasformare i personaggi svelandone a poco a poco le personalità e la profondità dei sentimenti che ne hanno mosso le scelte di vita, quello che mi ha colpita soprattutto è il contesto, l’ambientazione della storia, che dapprima fa da sfondo e poi diventa esso stesso attore primario che muove i fili del racconto.  
Il viaggio che viene narrato infatti porta da Roma ai Monti Sibillini, nelle Marche, attorno ai luoghi della famosa Grotta della Sibilla, da cui la catena montuosa prende il nome, fra i Comuni di Montemonaco, Foce e Rocca dove era nato il famoso artista padre di Viola. Qui l’arte della tessitura, la conoscenza del potere curativo delle erbe e gli strani poteri di cui sono portatrici alcune anziane donne di quei luoghi, riportano all’antico mito della regina Sibilla e delle fate dai piedi caprini, sue ancelle. Diverse sono le variazioni del mito originario richiamate sia da Antoine de la Sale che da Andrea da Barberino nel XV secolo, versioni entrambe non molto lusinghiere sugli effetti di queste streghe/fate sugli uomini, ma è la tradizione popolare locale che viene richiamata in questo libro.
I poteri della Sibilla infatti, fata buona, veggente e incantatrice, ma non perfida o demoniaca, sembrano tramandarsi geneticamente in alcune donne di questi luoghi, e fra queste Viola, che si troverà portatrice della capacità di viaggiare con la mente e di ritrovarsi con le anime delle persone care, che da sempre la aspettano, ‘..in quel punto dell’orizzonte dove non c’è più distinzione fra cielo e campi’. Sarà infatti la consapevolezza piena delle proprie origini che permetterà a Viola di riscoprire i colori della vita nella loro forma più vivida e di cancellare le sfumature di grigio che hanno rischiato di renderla cieca al senso più profondo del suo essere. Quello stesso potere la riconcilierà con l’amato padre, le darà la forza di ricominciare, ricongiungendosi anche fisicamente alla sua terra natia.
Un bel romanzo che permette di immedesimarsi nella magia di questi luoghi al punto di voler quasi potersi sentire un pò fata e un pò sibilla, almeno per una volta.. 
Buona Epifania!
 *da un articolo di M. Niola, La Repubblica 02/01/15

sabato 3 gennaio 2015

“La figlia di Debussy”, una farfalla sulle note di un grande artista

Damien Luce è un pianista, compositore e romanziere francese contemporaneo che ha reso omaggio all’arte del grande musicista Debussy,
consegnandoci nel diario immaginario della sua unica ed amatissima figlia soprannominata Chouchou, la vita, il pensiero dell’uomo e l’essenza della sua musica, con una dolcezza e un amore che non possono lasciare indifferenti. Il diario di Chouchou, che in giapponese significa ‘farfalla’, comincia il 25 marzo 1918 data della morte dell’artista e delle fasi finali della Prima Grande Guerra che in quegli anni stava scuotendo Parigi come le principali capitali europee. Claude-Emma, vero nome della bambina che aveva da poco compiuto 12 anni, sembra una piccola fata che solo il padre vedeva e comprendeva appieno e solo dal quale ella traeva quella linfa vitale che poco dopo più di un anno la abbandonò per farle seguire il suo amato genitore nel suo paradiso immaginario. Chouchou infatti, che trovava fin da piccola rifugio e consolazione sotto il pianoforte vibrante grazie alle dita del padre, morirà di difterite nell’estate del 1919 e con lei si vennero a dissolvere la sua malinconia che dalla morte di Debussy non l’avrebbe più lasciata, il suo primo amore adolescenziale per Marius, reale e idealizzato allo stesso tempo e la comprensione profonda e vera per il significato delle composizioni del padre maturata grazie al ‘patto’.
‘Il patto’ per Chouchou consisteva nell’impegno che la bambina si era segretamente presa con se stessa, a pochi giorni dalla morte del genitore, di suonare tutte le sue composizioni, una ogni settimana, ripercorrendone così le origini e i significati, dando forma a quei mondi immaginari che a poco a poco cominciava a comprendere e a personalizzare facendoli suoi.

‘La figlia di Debussy’ di D. Luce, Elliot Edizioni (Nov. 2014) è davvero bello perché può essere letto e fruito in diverse modalità:
è innanzi tutto la delicata biografia di Claude Debussy, narrata dalla sua adorata e unica figlia avuta in seconde nozze dalla sofisticata ed intellettuale Emma Bardac, attraverso cui si intravvede l’uomo con le sua genialità e le sue debolezze fra cui la scarsa attitudine per l’ortografia o la cura personale;
è un introduzione per neofiti alle opere del maestro in ordine cronologico, che con brevi commenti fa comprendere la difficoltà di esecuzione nonché la dimensione fantastica piuttosto che giocosa o malinconica dei suoi pezzi;

è un affresco del periodo terminale della Prima Grande Guerra, delle paure, delle tragedie vissute e delle limitazioni subite dagli abitanti della Parigi di inizio secolo;
è anche la fotografia dei circoli intellettuali che trasudavano la cultura di quel periodo, foriero di grandi cambiamenti ed epocali svolte: si parla delle stranezze di Ravel e della sua amica Colette che tanto faceva discutere a quel tempo e che qui appare sullo sfondo; si parla di Stravinsky e di Caplet amici di Debussy, ma anche di D’Annunzio, dei fratelli Lumière e delle pellicole di Max Linder. Si parla insomma di una Parigi che era arrivata al culmine della sua espressione artistica e che avrebbe tracciato le nuove rotte dei secoli a venire;
ultima ma non per questo meno importante, è anche la trasformazione di una piccola crisalide di nome Claude-Emma, protetta ed amata dai genitori, che diventa, anche se per solo un anno, una meravigliosa farfalla pronta a spiccare il volo verso la scoperta di cosa le avrebbe riservato il futuro, dei mondi e delle passioni che cominciavano a diventare solo suoi e di quel primo amore innocente ma potentissimo che le aveva fatto programmare il viaggio della vita.

Quella farfalla però non riuscì mai a spiccare un volo tutto suo perché mi piace pensare che le sue ali siano rimaste dolcemente legate alle note uniche ed eterne di chi in fondo aveva saputo amarla veramente.

venerdì 2 gennaio 2015

Un sentito augurio per un NUOVO ANNO in viaggio per scoprire e costruire tutto ciò che desiderate

No non sono sparita, mi sono solo presa una lunga pausa che, non essendo stata premeditata, mi ha vista nell'impossibilità di pubblicare post fino ad oggi..e spesso mi sono trovata a pensare a come avrei potuto improvvisare qualche riga giusto per non dare la sensazione di aver chiuso una magnifica esperienza di oltre due anni che tanto mi ha dato e ancora mi sta dando.. ma niente, preferivo fare brevi capatine negli amatissimi blog amici che seguo da molto tempo senza nemmeno riuscire a lasciare un breve commento..spero che saprete perdonarmi..
Che periodo intenso, quante novità hanno assorbito il prezioso tempo che ho sottratto a questo blog.
Ma avviare un'attività in proprio dopo molti anni di lavoro dipendente non è facile e le cose da fare per far funzionare il tutto (e funziona vi garantisco!) sono moltissime, soprattutto se poi si somma l'altra mia priorità, la mia famiglia..
Come ogni anno però, seguendo i gusti insegnamenti dickensiani, ho trovato il tempo di fare un piccolo bilancio di cosa è andato bene, di cosa meno bene, delle opportunità e delle sfide che si sono presentate e non ultimi dei buoni propositi per il nuovo viaggio che è appena cominciato: fra questi riprendere a pubblicare con regolarità sul mio blog e magari aggiornarlo nella grafica a breve.
Ma andiamo con ordine:
- per prima cosa saluto tutti i miei amici che, se vorranno, potranno continuare a farmi compagnia e che in ogni caso ritrovo con immenso piacere. A loro e a tutti gli appassionati di letteratura in genere del mondo web, auguro un anno speciale, ricco di speranza, realizzazione, pazienza e amore.
- in questi giorni sto trascorrendo una breve vacanza in montagna e quindi la ripresa della pubblicazione di post potrebbe avere una piccola accelerata!
- circa le letture, ah!, quelle non sono mancate, sarebbe come togliermi l'aria, ma devo confessare che ho avuto una parentesi fantasy che si è protratta più del previsto per passione e curiosità e perchè, se romantiche, anche le storie ambientate in mondi impossibili mi fanno sognare. Questo non vuol dire che non ho in serbo qualche riflessione su storie e narrazioni del periodo storico che più amo che mi hanno e che mi stanno tenendo compagnia..
Concludo abbracciando virtualmente questo spazio immateriale e i suoi abitanti che sono invece tanto reali da far suscitare forte e prepotente il bisogno di 'tornare a casa'.  


mercoledì 20 agosto 2014

'L'età del desiderio': come Jennie Fields ha raccontato l'educazione sentimentale di Edith Warthon

Che Edith Warthon, premio Pulitzer del 1921 per il romanzo 'L'età dell'innocenza', sia una delle più grandi scrittrici americane dei primi del Novecento è noto. Che sia stata resa ancora più famosa al pubblico grazie all'indimenticabile film omonimo di Scorsese (1993) interpretato da Daniel Day Lewis, Michelle Pfeiffer e Winona Rider è altrettanto noto.
Edith Warthon
Opere poi come la 'Casa della gioia' o 'Ethan Frome' (di cui ho già parlato qui) ne dimostrano tutta la capacità di entrare nel merito sia della profondità psicologica dei personaggi da lei creati che nelle contraddizioni tipiche della società americana del periodo. Quello che invece si conosce poco della Warthon è la sua biografia, che di romanzesco e drammatico ha ancora di più dei libri da lei scritti. Jennie Fields, sulla base della ricostruzione di scambi epistolari fra la Warthon e la sua tutrice/segretaria/amica Anna ed alcuni dei suoi illustri amici fra cui Henry James, ha ricostruito, in forma romanzata, la vita di questa determinata quanto geniale donna partendo a raccontarla da quando aveva 46 anni. L'educazione sentimentale a cui fa riferimento il titolo stesso, parte infatti per la Warthon a metà della sua vita, da quando cioè ella stessa aveva creduto che era impossibile uscire da quei binari convenzionali e di facciata che il suo matrimonio ufficiale con Teddy Warthon, di 12 anni più vecchio di lei e culturalmente troppo distante dal suo mondo, aveva definitivamente cementato. Così non fu invece e cosa successe ce lo racconta la Fields nel suo romanzo 'L'età del desiderio' (2013) Ed. Neri Pozza.
Morton Fullerton
La Warthon, esponente dell'alta borghesia newyorkese e dei circoli culturali in maggior voga del periodo, era solita svernare a Parigi, città da lei eletta come fulcro dei suoi interessi intellettuali e sociali che andavano ad alimentare il suo genio creativo. E fu qui che grazie al suo amico Henry James conobbe Morton Fullerton, l'affascinante uomo, vivace intellettuale, giornalista del Times ma dai dubbi costumi morali che diventerà il suo amante e la sua ragione di vita in quel periodo che lei stessa definì di 'vera vita'. Come se il suo passato fosse stato semplicemente nulla di più che un prologo e appunto la sua 'vera vita' fosse iniziata da quel momento, la Warthon subirà un risveglio dei sensi, del suo essere donna e di tutte le complicazioni che la gelosia, il rispetto per se stessa e il rifiuto per le falsità comporteranno.
E. Warthon e H. James 
La malattia psichiatrica del marito, che precipita in coincidenza con questa presa di coscienza di Edith, l'evoluzione e allo stesso tempo la conferma del rapporto profondo con Anna, che diventa coprotagonista in questo romanzo, accentuano ancora di più la straordinaria evoluzione della seconda parte della vita di questa grande autrice, con la quale diventa inevitabile sentirsi in sintonia sia per la passione provata e vissuta che per la forza delle decisioni prese fino alla fine. Un romanzo che consiglio e la cui necessità di finirne la lettura vi ossessionerà...se siete fatte un po' come me!


venerdì 15 agosto 2014

Opera all'aperto: 'Madama Butterfly' di Giacomo Puccini

Quest'anno è saltato il mio appuntamento fisso con l'Arena di Verona anche se, visto il tempo, il rischio di saltarlo comunque sarebbe stato molto alto anche avendo prenotato il biglietto.
Ma grazie ad una carissima amica non è invece saltata l'occasione di vedere uno spettacolo di opera all'aperto. Quest'anno il contesto è stata la piazza di una cittadina del Friuli in provincia di Pordenone, che da qualche anno diventa palco per una notte d'estate di famose opere di classiche magistralmente dirette e interpretate. Il 30 luglio di quest'anno è toccato a 'Madama Butterfly' di Puccini, opera che ancora non avevo avuto l'occasione di ammirare perchè, per qualche strano motivo, l'ho sempre considerata minore rispetto ad un' Aida o un Nabucco per fare qualche esempio. Da qui probabilmente si nota la mia non così profonda conoscenza di questo genere, per quanto mi appassioni molto comunque. La rappresentazione è stata davvero suggestiva: Hiroko Morita è stata una toccante e bravissima Cio-Cio-San, che ha saputo trasmettere fino in fondo la trepida speranza del ritorno del suo amato e l'altrettanto drammatica consapevolezza di averlo perso per sempre.
Sia l'ufficiale americano Pinkerton che lo Sharpless mediatore, interpretati da Domenico Menini e Gabriele Ribis, hanno garantito un'ottima qualità della rappresentazione, accompagnati dalla competente e ottima esecuzione dell'orchesta guidata da Eddi De Nadai, direttore d'orchestra originario di queste terre. La perla della serata è stata la partecipazione di una rappresentanza dei cori aderenti all' U.S.C.I. Provinciale, che alla fine del secondo atto, mentre Butterfly attende trepidante il ritorno di quello che considera ancora il suo sposo, esegue la melodia a bocca chiusa, così suggestiva e così drammatica da preannunciare malinconicamente la tragedia finale.
Il terzo atto si conclude con la drammatica uscita di scena di una Cio-Cio-San spezzata dal dolore, che dopo aver affidato il figlioletto al padre e alla sua moglie legittima, si toglie la vita non sapendo come far fronte alla disperazione che l'attanaglia. Bella l'opera, bravissimi gli interpreti, l'orchestra e il coro senza voce; molto adatto e suggestivo il contesto dell'antica piazza della cittadina friulana. Concludo con una curiosità che non conoscevo: l'interprete della Butterfly, l'opera che Puccini dedicò alla Regina d'Italia Elena di Montenegro, deve essere obbligatoriamente giapponese, a garanzia della tradizione e della maggior immedesimazione nella sfortunata protagonista così tanto amata.


E con questi versi, che invitano a sperare fino all'ultimo in un futuro positivo, concludo questo post augurando a tutti un sereno Ferragosto.

Un bel dì, vedremo
levarsi un fil di fumo sull'estremo
confin del mare.
E poi la nave appare
E poi la nave è bianca.
Entra nel porto, romba il suo saluto.
Vedi? È venuto!
Io non gli scendo incontro, io no. Mi metto
là sul ciglio del colle e aspetto, aspetto
gran tempo e non mi pesa
la lunga attesa.
E... uscito dalla folla cittadina
un uomo, un picciol punto
s'avvia per la collina.
Chi sarà? Chi sarà?
E come sarà giunto
che dirà? che dirà?
Chiamerà Butterfly dalla lontana.
Io senza dar risposta
me ne starò nascosta
un po' per celia, un po' per non morire
al primo incontro, ed egli alquanto in pena
chiamerà, chiamerà:
«Piccina – mogliettina
olezzo di verbena»
i nomi che mi dava al suo venire.
(a Suzuki)
Tutto questo avverrà, te lo prometto.
Tienti la tua paura. – Io con sicura
fede lo aspetto.
(II Atto - Madama Butterfly, G. Puccini 1904)



sabato 9 agosto 2014

'La scrittrice abita qui' di Sandra Petrignani

Apro questo post con un ringraziamento particolare al blog di Pila e Ilaria di 'Geeky Bookers', che mi hanno fatto conoscere il libro che ha occupato poco meno di due intensi giorni estivi di lettura.
Il richiamo è stato irresistibile per me, dal momento che, fin dal titolo, questo libro prometteva bene e quando poi ho saputo che vi erano narrate le vite e rappresentati i caratteri di sei grandi scrittrici e artiste vissute fra la fine dell'Ottocento e la prima metà del Novecento, la sua lettura è diventata una priorità. Grazia Deledda, Marguerite Yourcenar, Colette, Karen Blixen, Alexandra David-Nèel e Virginia Woolf vengono ricordate dalla Petrignani attraverso una sorta di pellegrinaggio nei luoghi dove sono vissute queste straordinarie donne: sogni, speranze, dolori e passioni sembrano impresse negli ambienti che vengono sì descritti da chi li visita, ma che sfumano e subito si trasformano nelle caratteristiche più vivide e caratterizzanti di queste personalità geniali e controverse fino a diventarne un tutt'uno.
Cucina della casa di Nuoro di Grazia Deledda
Così la casa austera, pulitissima ma femminile, danno a Grazia Deledda una veste più familiare, dolce e votata alla famiglia che difficilmente traspare dai suoi scritti o dall'immagine che ci è stata tramandata. La casa accogliente e tutto sommato ordinaria della Yourcenar ne ridimensionano la stranezza e l'anticonformismo con cui siamo abituati a pensarla. La singolare stanza rossa di Colette, dove l'artista francese ha vissuto gli ultimi anni della sua vita paralizzata dalla malattia e dai dolori, e nonostante tutto dove fino all'ultimo ha accolto amici e conoscenti famosi del mondo artistico più o meno giovani, che continuava ad attrarre con il suo indiscusso fascino e la sua vivace intelligenza.
La Yourcenaur davanti alla
 sua casa nel Maine
E ancora la Blixen, che cerca di ricreare nella sua casa in Danimarca le atmosfere della sua amata e mai dimenticata Africa con oggetti caratteristici da cui non riesce a separarsi, fra cui sopra a tutti il grammofono simbolo del suo vero grande amore, ricambiato in modo parziale, tormentato e infine perduto per sempre. La vita alla spasmodica ricerca di qualcosa di superiore che poi riesce a ritrovare solo dentro se stessa nella meditazione più vera e profonda della David-Nèel, che lascia traccia della sua personalissima missione di vita nel tempio tibetano ricreato vicino alla sua casa di Digne. E infine lo straordinario genio e la delicatissima fragilità della Woolf che, solo sotto l'ala protettiva del comprensivo e amorevole Leonard e grazie al silenzio e alla pace del cottage di 'Monks House' nel Sussex, riusciva a ritrovare quel funambolico equilibrio dell'anima, che ella ha voluto infine consegnare alle quiete acque del fiume che lì vicino vi scorreva.
Camera da letto di V. Woolf a Monks House
In merito alla Woolf e in linea con i luoghi in cui è vissuta, consiglio vivamente la lettura del bellissimo post della cara amica Daniela del blog 'My little old world - gardening, home, poetry and everything romantic makes us dream', che potete trovare qui. La Petrignani dunque è riuscita a trasformare quella che poteva essere una pura descrizione di luoghi e paesaggi o una mera ricostruzione di biografie, per quanto singolari, in fedeli, appassionanti e umanissime storie di vita con tutto il carico delle emozioni che sembra di rivivere assieme alle loro protagoniste.


sabato 26 luglio 2014

Anthony Trollope e la descrizione della follia d'amore in 'He Knew He Was Right'

Anthony Trollope è uno degli scrittori inglesi più prolifici e riconosciuti del periodo vittoriano. Famoso in patria per due serie di racconti entrambi composti da 6 romanzi, di cui una ambientata nella immaginaria contea di Barsetshire e l'altra che narra le vicende del sig. Palliser, la sua opera più conosciuta al pubblico è quella che è a tutt'oggi è considerato il suo capolavoro assoluto, 'The way we live now' da cui è stata tratta anche una famosa serie TV della BBC.

Umorismo e satira contraddistinguono il suo stile nonché la grande capacità di rappresentare '..le cose del quotidiano, dell'usuale..riuscendo a sentirle oltre che a vederle' (come aveva detto di lui Henry James) . Ma uno dei suoi racconti meno conosciuti e, secondo alcuni critici, più belli ed intensi è quello che l'autore scrisse nel 1869 intitolato 'He Knew He Was Right', dove seppur seguendo lo schema dell'intreccio alla storia portante di altri sotto-racconti, quella dei protagonisti Luois ed Emily, presenta degli aspetti così drammatici e così differenti dai temi da lui solitamente trattati, che merita davvero di essere ricordata. Già in un altro post (che si può trovare qui) avevo affrontato il tema della follia nei romanzi dell'800, sia che fosse una rappresentazione di una malattia ereditaria, sia che essa fosse conseguenza di pene e sofferenze dovute a tristi vicende amorose. Anche la storia di Louis e di Emily narra della degenerazione dello stato mentale del giovane protagonista, ricco possidente che si innamora, ricambiato, e che sposa felicemente la giovane Emily, figlia di un ambasciatore inglese, conosciuta durante un viaggio in un paese esotico.
Trevelyand at Casalunga by Marcus Stone

Dopo un primo periodo di intensa felicità matrimoniale, coronata anche dalla nascita di un figlio, a causa di una insana gelosia nei confronti della moglie che sospettava avesse una storia con un vecchio conoscente di famiglia, Luois degenera progressivamente in una forma di ossessione persecutoria che lo porterà non solo a commettere atti estremi, come l'allontanamento del figlio dalla madre, ma anche al suo logoramento fisico che lo porterà alla morte. Interessante la descrizione di Luois 'prima' e 'dopo' l'evento scatenante della prima visita dell'attempato Colonnello alla moglie, che in un avvicendarsi di episodi cambia completamente personalità. Trollope non lascia vie d'uscite al cambiamento del protagonista e anche quando sembra balenare nella testa di Louis un minimo dubbio sulla lealtà della moglie, subito lo fa ripiombare nel sospetto e nella gelosia malata che tanto offusca la mente. Verso la fine del romanzo Emily dice di lui al suo migliore amico Hugh, che Luois non si ristabilirà dalla sua malattia perchè lui stesso vuole morire, come se fosse l'unico modo possibile dettato dal suo subconscio di riaffermare ancora una volta e nonostante tutto che 'Lui sapeva di avere ragione'.


Grazie anche alle vicende dei personaggi degli altri sotto-racconti, fra cui spicca sopra tutte l'anziana e ricca zia di Hugh, Jemima Stanbury, il romanzo sfuma il dramma principale in altre tematiche più lievi e in alcuni casi comiche, senza nulla togliere al tema portante ma garantendogli quella caleidoscopica unicità che ne fa sicuramente un romanzo da non perdere. La BBC ha poi magistralmente adattato il romanzo, come nella maggior parte dei casi, in una serie TV del 2004 dall'omonimo titolo e, anche da questo appassionante ritratto di un secolo e mezzo fa, emerge tutta l'attualità degli effetti tragici a cui può portare la follia d'amore.




mercoledì 23 luglio 2014

Nicholas Nickleby: un Dickens appena appena più speranzoso..

Come già scritto in altri post, Charles Dickens ha per me un effetto calamita a due poli: ora mi attrae ora mi respinge; lo amo e lo odio e la parte di amore che riservo a questo illustre autore dell'800 vittoriano mi fa sempre capitolare quando incappo in un titolo di un libro o di un racconto così come davanti ad un film che rappresenta le sue opere.
L'odio invece sta nel fare una fatica immensa a digerire la puntuale descrizione miserrima di tutti i bambini che si incontrano nei suoi racconti, poveri o ricchi che essi siano: meno male che ci sono molti altri autori e autrici dello stesso periodo che sì hanno evidenziato povertà e maltrattamenti di diversi di loro, ma hanno anche controbilanciato narrando infanzie felici e ricche di affetti sebbene modeste o a volte brevi. Così l'altro giorno, in quei rari casi in cui ho avuto la possibilità di gestire il telecomando per più di un'ora in perfetta solitudine, ho trovato su Sky un film del 2002 diretto da Douglas McGrath dal titolo 'Nicholas Nickleby' tratto dal romanzo dello scrittore inglese che lo realizzò subito dopo il più noto e tristissimo 'Oliver Twist'. Un ancora poco conosciuto e molto carino Charlie Hummer e la più famosa e bellissima Anne Hathaway fra i protagonisti, accompagnati da un eccezionale e cattivissimo Christopher Plummer nei panni dello sciagurato e perfido zio Nickleby, sono solo alcuni dei noti e bravi attori presenti nel cast. Il Nicholas dall'infanzia felice, che a soli 19 anni si ritrova orfano di padre e capofamiglia senza possibilità economiche per sostenere madre e sorella, si rivolgerà all'unico parente ricco e senza scrupoli rimastogli per chiedere sostegno.

Dopo varie vicissitudini, che vedono il giovane prima assistente di un orribile e truffaldino direttore di un collegio per bambini dove i maltrattamenti nei loro confronti erano all'ordine del giorno, e dopo attore talentuoso di un'improbabile compagnia teatrale di strada, Nicholas tornerà nella fumosa Londra da cui era stato allontanato, e grazie alla sua onestà, alla rettitudine e al suo vigore, riuscirà a riscattare sé stesso e la sua famiglia, nonché a trovare quell'amore vero e unico a cui consegnerà la sua vita e di cui il padre gli aveva raccontato fin da piccolo. Straordinari certi personaggi, come il maggiordomo del terribile zio complice del giovane Nicholas, nonché la compagnia teatrale tutta e i due fratelli Cheeryble.
Un film da vedere se riuscite a superare la parte del collegio e del povero Jamie Bell (ex Billy Elliot) nei panni dello storpio Smike.. o se riuscite a digerire quella parte di 'criticismo sociale' di Dickens che io invece chiamo stereotipizzazione..



martedì 15 luglio 2014

'The Inheritance': l'eredità di Louise May Alcott

Nell'ambito della letteratura per ragazze, il romanzo di formazione per eccellenza da sempre riconosciuto tale è la straordinaria saga delle sorelle March, prodotta dalla scrittrice americana Louise May Alcott (1832-1888). In realtà l'opera è composta da più volumi,
i primi due più noti 'Piccole Donne' (Little Women) e 'Piccole donne crescono' (Good wives), e i successivi, che parlano delle vicende matrimoniali e professionali di Jo March, la vera eroina della storia, 'Piccoli Uomini' e 'I ragazzi di Jo'. La Alcott ha senza dubbio segnato la prima giovinezza di molte di noi e, nonostante si sia cimentata anche in altri generi letterari, il filone in cui ha dato il meglio di sé, probabilmente grazie anche al fatto che vi ha messo molto della sua storia personale, è senza dubbio questo. La Alcott però vanta una carriera letteraria piuttosto corposa e, come spesso succede nel caso di questi grandi autori, piccole perle vengono scoperte ed attribuite postume, come se il destino volesse consegnare un'aggiunta di eredità per ringraziare e rendere ancora più viva la memoria di così illustri e geniali antenati. E' il caso di 'The Inheritance' scritto dalla Alcott nel 1849 ma scoperto e pubblicato solo nel 1997. Non esiste ancora la versione tradotta in italiano ma dell'opera se ne possono assaporare le tematiche tanto care alla Alcott nel film TV della IMDb del 1997, interpretato da un giovanissimo e notevole Thomas Gregson, più noto come volto di serie TV come 'Dharma e Greg' e 'Criminal Minds'.

'The Inheritance' parla di una bellissima orfana, Edith, accolta e cresciuta amorevolmente da una ricca famiglia di Concord, Massachussets, come dama di compagnia dell'unica figlia della coppia. La storia racconta del suo non essere parte né della servitù, per lo stile e l'educazione che ha aveva avuto modo di acquisire nel suo ruolo, né della società più esclusiva da cui di fatto veniva tenuta ai margini. L'affetto e la disponibilità però della famiglia Hamilton presso cui viveva, le aveva dato la possibilità di esprimere al meglio la sua personalità dolce ma allo stesso tempo forte e un po' ribelle: vincerà una gara di corsa a cavallo sotto lo sguardo incredulo e stupito di nobili uomini, che non ritenevano tali prove 'adatte' al gentil sesso. Il conflitto fra l'amore per la famiglia che l'aveva accolta e quello per un giovane che pensava di non poter sposare a causa della differenza di classe, troverà la giusta soluzione e il meritato lieto fine. L'accoglienza amorevole del nucleo familiare, la devozione e l'attaccamento filiale, l'essere ribelle e anticonformista (rappresentato al meglio poi dall'eroina per eccellenza Jo March), le dinamiche dovute alle differenze di classe e la genuinità dei sentimenti, sono tutti temi che la Alcott, alla sola età di 17 anni, riesce già perfettamente a trasmettere.

E' interessante notare in questi scritti le differenze con le 'colleghe' più o meno contemporanee del vecchio continente (come Austen, Bronte o Gaskell): pur vivendo le stesse problematiche legate ora alla necessità per una giovane donna di trovare un buon partito, ora alle difficoltà economiche o alle differenze di classe, emerge sempre un lato più spensierato, una forte centralità del nucleo familiare, sia che esso sia d'origine o acquisito e, pur nelle difficoltà, un atteggiamento positivo di guardare al futuro nonostante tutto. Sarà solo una mia impressione, ma a me lo stile e la scrittura della Alcott mi hanno sempre trasferito l'idea di come quel sogno americano avesse pervaso ogni cosa e modo di essere di questi fratelli lontani da casa, fino a diventarne un tratto distintivo.



domenica 29 giugno 2014

Sensazioni contrastanti: 'Per dieci minuti' di Chiara Gamberale

Chiara Gamberale è una scrittrice che mi piace. Ha un modo di scrivere introspettivo ma semplice, veloce ma non superficiale, moderno ma che tratta tematiche senza tempo. Il suo ultimo libro 'Per dieci minuti' (Ed. Feltrinelli 2013) mi è piaciuto ma non troppo.
La trama si svolge nell'arco di un mese in cui la protagonista, Chiara, lacerata dall'abbandono improvviso del marito avvenuto diversi mesi prima, segue il consiglio della sua terapeuta che la invita per un mese appunto, per 10 minuti al giorno, a fare una cosa che non aveva mai fatto. E così, dal dipingersi le unghie di un fucsia improbabile a camminare all'indietro in mezzo alla gente, a cucinare dei pancakes, lei che non sapeva nemmeno bollire un uovo, esegue il compito e si ritrova a provare prima e a prendere confidenza poi con quel cambiamento che tanto spaventa e che difficilmente si crede di poter affrontare. Perchè cambiare è faticoso, cambiare crea quell'incognita che ci mette subito di fronte alla consapevolezza che molto uscirà fuori dal nostro controllo; perchè cambiare chiede dispendio di energie e se possibile l'uomo in genere preferisce vivere in modalità 'risparmio'. Così quella Chiara, che non è la scrittrice ma in parte lo è, fa queste piccole cose nuove, ogni giorno, e scopre piano piano che si può sopravvivere al cambiamento e che magari si prova gusto e piacere a fare delle cose che mai si avrebbe pensato di fare.

Bello quindi il libro e interessante lo spunto dei '10 minuti' che l'autrice dice di aver sperimentato in prima persona per affrontare il cambiamento. Un produttore poi ha pensato bene anche di crearne un format, mi pare trasmesso da RAI 2, una specie di gioco-reality dove dei perfetti sconosciuti dovevano appunto fare qualcosa di assolutamente mai provato per 10 minuti... sinceramente non l'ho mai visto e ne ho poco sentito parlare, per cui circa il successo del programma ho seri dubbi..Il libro non mi è invece piaciuto perchè nonostante quanto su detto, mi ha lasciato un retrogusto amaro dovuto alla drammatica ostentazione di un lutto da superare trascinato lungo tutto il libro che mi è sembrato poco realistico. Sarà che il processo che porta al superamento di una separazione difficilmente si risolve con un gioco di un mese, per quanta consapevolezza si possa raggiungere in quel periodo. Sarà che l'immagine di quel lui, per quanto concausa del naufragio del matrimonio, ne esce davvero miseramente male. So bene che è finzione, al netto della parte autobiografica, ma questa sensazione che mi ha lasciato la lettura è la parte che non mi è piaciuta. Sensazioni contrastanti quindi, ma degne comunque di una lettura che, per chi ama il genere, consiglio. Adesso vado a fare per 10 minuti una cosa mai fatta...suggerimenti? ^_^


mercoledì 25 giugno 2014

Un mese di assenza, non senza letture: 'Ethan Frome' di Edith Wharton

E' più di un mese che non scrivo un post..è stato un mese intenso, di quelli dove devi dare delle priorità, fare delle scelte, perchè in periodi come questo le giornate sembrano ore e le ore sembrano minuti... tutto vola più veloce ed inesorabile che mai. Ma nel dare delle priorità non significa che non ho mai pensato al mio angolino privato, al mio blog dove scrivo di ciò che mi piace, provando a condividere i miei pensieri con persone speciali.
Così non ho scritto,ahimè, ma sono riuscita a leggere, anche se in quel modo un pò astruso che posso permettermi in questi momenti...sono infatti andata alla ricerca di un romanzo in linea con i miei gusti ottocenteschi ma che fosse breve. Il primo che mi aveva colpito nel titolo (come sapete i miei criteri di scelta sono piuttosto discutibili...) è stato 'Storia di un'ora' di Kate Chopin (1851-1904) scrittrice americana protagonista del movimento femminista di fine XIX secolo più nota al pubblico per il romanzo 'Il Risveglio'. Nel racconto breve 'Storia di un'ora' (davvero breve, chi lo desiderasse leggere lo può trovare qui), l'autrice riesce in modo davvero singolare a trasmettere le caleidoscopiche emozioni della protagonista che, all'annuncio della morte in guerra del caro marito, reagisce apparentemente secondo le convenzioni. Straordinariamente significativo nella sua brevità. Non era comunque questa la brevità che cercavo, insomma in fondo qualche oretta posso concedermela qua e là..ne va della mia salute mentale altrimenti!
Così era un po' che studiavo da lontano un'altra autrice americana di fine Ottocento, Edith Wharton (1862-1937), nota al grande pubblico per il romanzo 'L'età dell'innocenza' o forse molto di più per la bellissima trasposizione cinematografica di Martin Scorsese del 1993 con Winona Rayder, Daniel Day-Lewis e Michelle Pfeiffer. Ma non è questo il suo romanzo che ho scelto di leggere bensì 'Ethan Frome', e che rivelazione! Ethan Frome è un romanzo al maschile, struggente, inesorabile: racconta di un uomo giovane, vigoroso ma povero che si riduce in una completa e totale miseria fisica e materiale a causa della passione per la sua giovane amata. E' la storia di una speranza d'amore, del sogno di vivere una vita con quei colori e quella luce che solo un vero sentimento ricambiato può garantire. E' un'estasi assaggiata appena che si disintegra in pochi attimi e che lascia solo le tracce e i fardelli dell'abisso in cui può ritrovarsi chi ha osato sperare.
Una scrittrice donna che descrive le emozioni di uomo: così realistiche, così intense da commuovere, così maschili. Nonostante la Wharton sia stata molto infastidita dal fatto che 'Ethan Frome' sia stato considerato uno dei suoi più bei romanzi, chi lo legge non può rimanere indifferente all'intensità emotiva di un uomo che per amore sarà dannato per sempre. Purtroppo la trasposizione cinematografica del romanzo, opera prima di John Madden del 1992, per quanto fedelissima, non è riuscita a trasmettere bene la profondità del dramma che sembra prendere vita dal libro. Nonostante il protagonista, un giovane e bravissimo Liam Neeson, sia perfetto fisicamente e i paesaggi innevati siano suggestivi, è la conclusione frettolosa e superficiale che non convince. Consiglio comunque di vedere il film subito dopo aver letto il romanzo, perchè questa storia vi accompagnerà a lungo e la compassione per questo bellissimo personaggio vi lascerà l'eco nel profondo.